La rivoluzione del Dolby Atmos
Come già accennato, nei 56 mesi di mancanza di nuovi contenuti in questa rubrica molte cose sono cambiate nel mondo della tecnologia. Alcune sono questioni che interessano i nerd o i tecnocrati, ma altre sono di interesse più generale, perché vanno a toccare la quotidianità di tutti.
Una di queste è sicuramente la diffusione, nell’intrattenimento domestico, del Dolby Atmos.
Quando si vede il marchio associato a Ray Dolby, si sa che si sta parlando di codifiche audio. Negli anni abbiamo avuto diverse versioni del suono immersivo di Dolby. L’origine affonda addirittura negli anni settanta, quando il Dolby Stereo ha definito lo standard dell’audio cinematografico. Negli anni ottanta abbiamo imparato a conoscere la sua versione domestica, il Dolby Surround. Abbiamo però dovuto attendere gli anni novanta, con l’avvento del digitale, per superare le limitazioni dell’analogico, con le versioni Dolby Digital e Dolby Digital Plus, che hanno rappresentato la rivoluzione domestica dell’home cinema. Le nostre case sono state letteralmente invase da impianti più o meno sofisticati (dalle più semplici sound bar ai più impegnativi impianti hi-fi multicanale), con una fioritura di altoparlanti disposti in modi spesso fantasiosi.
Lo schema che ha imperato per svariati lustri è il cosiddetto 5.1, che si articola su cinque canali audio (due frontali laterali, un frontale centrale e due laterali posteriori) oltre ad un subwoofer, per le bassissime frequenze. Le versioni più evolute dell’audio multicanale hanno aggiunto altri altoparlanti posteriori e/o laterali (7.1 e 9.1) e talvolta anche un secondo subwoofer (7.2 e 9.2). Ciò che accomuna tutti questi schemi audio è, però, la rigida codifica dei suoni, che hanno una netta suddivisione per canali e, soprattutto, una bidimensionalità del posizionamento degli altoparlanti. In sostanza i suoni sono codificati per essere riprodotti in maniera rigida da uno dei canali posizionati (in linea di massima) tutti allo stesso livello orizzontalmente.
L’avvento del Dolby Atmos, che risale ormai ad oltre un decennio fa in ambito cinematografico, ha rivoluzionato il concetto di riproduzione del suono, aggiungendo la tridimensionalità, grazie al posizionamento di altoparlanti anche a soffitto (o, nelle versioni più semplici, di altoparlanti orientati verso l’alto per riflettere il suono sul soffitto). La sintassi che caratterizza gli schemi di questa tipologia di riproduzione sonora aggiunge un terzo numero a quello delle codifiche Dolby Digital; ad esempio 7.1.4, dove oltre al subwoofer e ai sette canali orizzontali, se ne aggiungono 4 verticali (a soffitto o riflessi) per ottenere il massimo effetto immersivo. Ascoltare il rumore della pioggia o le pale di un elicottero in Dolby Atmos ha un effetto assai più coinvolgente sull’ascoltatore, proprio per il posizionamento in alto dell’origine del suono.
La più significativa evoluzione, che caratterizza la tecnologia Atmos, non è però il numero di canali audio, ma la mancanza di una codifica rigida dei suoni. Nello standard Atmos, infatti, non si parla più di canali, ma di oggetti sonori (fino ad un massimo di 128 oggetti riproducibili da 64 altoparlanti). Gli oggetti sonori sono indipendenti e possono essere liberamente riprodotti nello spazio tridimensionale. Il compito di decidere come riprodurre e distribuire gli oggetti sonori nei vari altoparlanti è delegato al processore audio. Questo si traduce in una modularità degli impianti sconosciuta ai precedenti schemi. È quindi possibile approcciare il mondo Atmos con un impianto basico 5.1.2, per farlo poi crescere nel tempo aggiungendo nuovi altoparlanti e migliorando la resa audio.
È utile precisare che anche la concorrenza si è mossa in maniera analoga, infatti il sistema audio multicanale DTS (Digital Theater System), tradizionalmente concorrente del Doby Digital, si è a sua volta evoluto in ambito tridimensionale con il DTS:X.
Ciò che negli ultimi anni ha dato una forte spinta all’utilizzo domestico degli impianti audio compatibili con Dolby Atmos è la crescente disponibilità di musica mixata in questo standard. Sia in streaming che su supporti fisici (tipicamente blu ray) sono stati via via resi disponibili numerosi album, anche di decine di anni fa, che, re-mixati in Dolby Atmos, hanno migliorato in maniera incredibile la resa sonora.
Una fondamentale annotazione, relativamente alla musica in formato Dolby Atmos, è che migliora notevolmente anche il tradizionale ascolto in stereo, perché restituisce dinamica a quegli album con master troppo compressi, registrati in ossequio alle imperanti regole della loudness war, che affligge gli audiofili da oltre vent’anni.
La musica in Dolby Atmos è quindi una delle grande rivoluzioni degli ultimi anni, sia che la si ascolti con sofisticati impianti multicanale, sia che la si ascolti con impianti stereo tradizionali.
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