L’essenziale è invisibile agli occhi. Rothko a Firenze
Visitare una mostra di Mark Rothko è indubbiamente un’esperienza avvolgente e di grande intensità emotiva. Le sue grandi tele, dove le campiture cromatiche creano stratificazioni di colore, avvolgono e quasi ipnotizzano lo spettatore. La forza e l’intensità dei colori arrivano non tanto come gestualità espressionista, quanto piuttosto come un magma che penetra lentamente nei meandri della psiche.
Ma andiamo con ordine.
La mostra appena inaugurata a Palazzo Strozzi, a Firenze, si sviluppa seguendo un percorso cronologico: partiamo dagli esordi pittorici dove l’artista si cimenta con opere figurative di matrice espressionista, per poi passare rapidamente a prove astratte di ispirazione surrealista. Sul finire degli anni Quaranta l’interesse dell’artista si focalizza sul colore: le tele si animano di macchie di colore e i titoli scompaiono totalmente, quasi a indicare un distacco dalla realtà oggettiva.
Con gli anni Cinquanta l’artista elabora la forma espressiva che caratterizzerà tutto il suo percorso artistico successivo: le tele, di grandi dimensioni, si semplificano in campiture di colore che si organizzano nello spazio in due o tre rettangoli, i colori sono stratificati, spesso dissonanti tra loro, e creano un dialogo intenso e profondo con lo spettatore.
Le sale della mostra si susseguono per cronologia e si caratterizzano per colori: dai gialli-arancio dei primi anni Cinquanta, ai toni più freddi (verdi e blu profondi) della seconda metà della stessa decade, ai rossi scuri e bruni degli anni Sessanta, fino alle ultime opere in cui rimangono solo il nero e il grigio. Infine un’ultima sala dedicata alle opere su carta dai toni pastello, realizzate poco prima di togliersi la vita nel 1970.
Questa suddivisione, indubbiamente di grande impatto visivo, non ci persuada del fatto che l’arte per Mark Rothko sia solo una questione decorativa di scelta di colori… niente di più sbagliato! Come l’artista stesso ebbe ad affermare: “Non mi interesso dei rapporti di forma e di colore o qualsiasi altra cosa del genere. Mi interessa solo esprimere le più fondamentali sensazioni umane, tragedia, estasi, fatalità e cose simili”. In questo senso l’opera di Mark Rothko evoca un approccio emotivamente intenso: bisogna farsi catturare dai suoi quadri, lentamente, con pazienza e abbandono. Il colore, nelle sue stratificazioni, è un mezzo per comunicare l’emozione.
“Il fatto – racconta Rothko in un’intervista – che un gran numero di persone rimanga profondamente turbato e pianga quando si trova di fronte ai miei dipinti, dimostra che io sono in grado di dare espressione alle fondamentali emozioni umane. La gente che davanti ai miei dipinti piange compie la stessa esperienza religiosa che io compio quando li dipingo. E quando […] vi chiedete solamente dei loro rapporti cromatici, allora vi sfugge l’essenziale”.
Rothko a Firenze, Palazzo Strozzi, Firenze. Dal 14.03.2026 al 23.08.2026.
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