Ok, che fare se la tua band preferita, gli Oasis, non esiste più dal 2009 e hai voglia di assistere ad un live che, anche solo vagamente, te la possa ricordare? La risposta esatta non è: cercati una coverband. Chi l’ha pensato, vada ad espiare i suoi peccati ascoltando 3 volte My Generation degli Who, 2 volte Helter Skelter dei Beatles e 4 volte Paint it, black degli Stones. Amen.

Nel mio caso, se vi sentite nostalgici dei fratelli Gallagher, andate a vedere i Kasabian dal vivo a Milano. In UK, la band di Leicester ha colmato, anche se solo in parte, il vuoto e i cuori degli orfani degli Oasis, ed anche in questo sta il loro successo Oltremanica. Le sonorità sono diverse, ma l’atteggiamento sfrontato, l’atmosfera british da pub, i cori singalong di un concerto dei Kasabian sono molto simili a ciò che succedeva durante un live degli Oasis.
Perciò, ecco i fatti. La band capitanata da Tom Meighan (voce), e Sergio Pizzorno (voce, chitarra e tastiere) si è recentemente esibita in due date italiane, 31 Ottobre e 1 Novembre, rispettivamente Roma e Milano, per promuovere l’ultimo album “48:13”.
Un buon disco, paraculo al punto giusto a partire dal marketing, un ottimo mix di rock, elettronica, riff orecchiabili e tastieroni che neanche un vecchio disco dei Visage. Non rappresenta il sound del rock del futuro, come annunciato in precedenza dalla band, ma si porta a casa un ottimo risultato. Questo, checché ne dicano molti pseudo indie-rocker, giornal-hipster e alternativi di professione che snobbano i Kasabian perché sono diventati troppo “mainstream”: “Il loro primo album era un capolavoro, adesso sembrano una boyband” è il commento più ricorrente. Parole da giornalisti pigri, che probabilmente non sono stati neanche ad un loro concerto.
I Kasabian sul palco sono una perfetta e potentissima macchina live. Non sbagliano niente. Hanno un sezione di archi degna di nota (tre violiniste vestite con tutina nera aderente scheletrica in pieno stile Halloween, che hanno innalzato notevolmente il testosterone presente già in dosi massicce nell’aria), un sassofonista, un tastierista con effetti speciali. Oltre ad una presenza scenica da consumati attori, con tanto di dediche smielate al pubblico di casa in italiano, a la Spinal Tap.

Highlights della serata: la t-shirt del frontman Sergio Pizzorno con su scritto: “FIGATA”;  la ballata per cuori infranti “Goodbye Kiss“; la poderosa marcia di “Empire“, che in passato qualcuno ha proposto come nuovo inno della Gran Bretagna; l’esilarante cover della title track del film cult Anni Ottanta, Ghostbusters, altro omaggio ad Halloween, che ha mandato in delirio i 7000 del Forum.

Non è mancato niente in questo concerto. Come previsto, si è cantato e ballato per due ore intense, finché le luci si sono riaccese e la folla, sudata, stanca e con gli orecchi fischianti ha iniziato a dirigersi verso la metro milanese, facendosi strada tra bicchieri di plastica vuoti e sigarette spente. Ed è stato lì, uscendo dal Palazzetto, che improvvisamente, come una scintilla, è partito dalle retrovie un coro familiare: Don’t look back in Anger degli Oasis. A cantarla a squarciagola, una dozzina di energumeni inglesi a dorso nudo che, per tutto il concerto hanno allegramente pogato tra di sé e lanciato pinte di birra in aria, facendo la doccia a base di luppolo a tutti quelli stavano lì intorno.
In pochi secondi,  almeno un centinaio di persone stavano stonando: “Soooooo Sally can’t wait…” Eccoli lì, i malinconici soldati degli Oasis. Mimetizzati da fans dei Kasabian ma, finito il live, pronti ad ammutinarsi e a rimettersi la divisa della band di Manchester. Almeno fino al prossimo concerto di Sergio, Tom&co.

Photos courtesy of Stereoappalla

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Andreas Lotti

Andreas Lotti, nato nell’81, è un giornalista pubblicista appassionato di musica che dopo anni di ricerche e tentativi ha trovato finalmente i pazzi di TuttaFirenze che lo faranno sfogare scrivendo della sua materia preferita. Non sa suonare strumenti ma ha all’attivo una collezione di oltre 500 tra cd e vinili che rappresentano l’unica mobilia di casa sua e l’eredità che lascerà alla fedele gatta, Vaniglia. Rock’n’roll!