Microplastiche: l’invasione che non si vede
Le microplastiche entrano dappertutto, anche nell’informazione: ne hanno parlato recentemente articoli pubblicati su Repubblica, su National Geographic, vero habitué dell’argomento, perfino un documentario su Netflix uscito lo scorso mese.
Ma sono davvero ovunque? Purtroppo sì, non ci sono ormai più luoghi incontaminati sulla terra. Sulla cima dell’Everest, a quasi novemila metri di quota, i ricercatori hanno trovato microplastiche. Nella Fossa delle Marianne, nel punto più buio e remoto degli oceani, stessa storia. E nel sangue umano. Nei polmoni. Nella placenta, che avremmo voluto credere inviolabile, l’anticamera della vita.
Viviamo nell’età della plastica da così tanto tempo che abbiamo smesso di meravigliarci di lei. È diventata aria, acqua, cibo. È diventata noi.
Le microplastiche sono frammenti di dimensioni inferiori ai cinque millimetri: possono nascere come tali (le microsfere nei cosmetici, i pellet industriali) oppure essere i detriti di una bottiglia lasciata al sole, di un pneumatico consumato sull’asfalto, di un pile lavato in lavatrice. Le nanoplastiche sono ancora più piccole, sotto il micrometro: invisibili ai microscopi ottici comuni, paragonabili per dimensione a un virus. Non le vedi, non le senti, non le riconosci. Entrano e basta.
Entrano quando mangi. Il sale marino ne è pieno, i crostacei le accumulano nei tessuti, l’acqua in bottiglia (ironia crudele) ne contiene molte di più di quella del rubinetto. Entrano quando respiri, perché ogni lavaggio di una giacca in poliestere libera migliaia di fibre nell’aria degli ambienti chiusi. Entrano attraverso la pelle, nei cosmetici, nelle creme.
Il nostro corpo è diventato un archivio involontario di tutto quello che abbiamo prodotto e dismesso.
Cosa ci fanno, una volta dentro? La scienza è onesta: non lo sa ancora del tutto. Sa che le microplastiche sono state trovate nel sangue e negli organi di persone vive e sane. Sa che funzionano come cavalli di Troia, la loro superficie porosa assorbe metalli pesanti e inquinanti organici presenti nell’ambiente, e li trasporta direttamente nelle cellule. Sa che inducono stress ossidativo e infiammazioni croniche. Le nanoplastiche, poi, potrebbero attraversare la barriera emato-encefalica, quella membrana selettiva che separa il sangue dal cervello, e arrivare ad interferire nei meccanismi biologici più profondi.
Quello che non sappiamo è il resto: quanto ci vuole perché l’accumulo diventi danno irreversibile, qual è la soglia critica, quanto siamo già oltre. Aspettare di saperlo con certezza assoluta sarebbe un errore che i nostri figli non ci perdonerebbero. Allora cosa si fa? Si agisce sui margini che abbiamo, senza aspettare salvatori. Si scelgono fibre naturali (cotone, lana, lino) invece del poliestere che si sfalda a ogni lavaggio. Si installa un filtro per le microfibre sulla lavatrice, uno di quei piccoli gesti che sembrano ridicoli finché non si capisce cosa catturano. Si beve l’acqua del rubinetto, filtrata, invece di accumulare bottiglie di PET. Si riduce la plastica monouso non come atto di purezza ideologica, ma come atto di autodifesa.
E poi si pretende che la politica faccia la sua parte: i trattati internazionali sulla produzione di plastica vergine, il divieto delle microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti. Si cercano e si sostengono quelle aziende che sostituiscono alla plastica e ai coloranti tossici equivalenti sostenibili e biodegradabili.
Siamo fatti di ciò che mangiamo, beviamo, respiriamo. È una verità antica, quasi banale. Ma non avremmo mai immaginato che un giorno avrebbe incluso anche quello che gettiamo via.
Per approfondire
Le microplastiche sono nel nostro corpo. Ma quanto sono dannose per la salute umana?
The Plastic Detox, i dubbi sui danni delle microplastiche sul corpo umano in una serie tv
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