No
Jo (albanese), la (arabo), bù (cinese), ei (finlandese), lo (ebraico), na (farsi), ni (irlandese), ne (lituano), nu (rumeno) e no (italiano e non solo).
Due lettere; una delle prime parole di cui si comprende il significato da bambini, una semplice particella olofrastica che ci accompagna per tutta l’esistenza: no.
I “no” che si ricevono nella fase neonatale sono educativi, aiutano a delimitare il campo d’azione (sia fisico che emotivo) del neonato, gli danno delle indicazioni di comportamento essenziali. In questa fase i “no” aiutano a creare un ambiente sereno in cui cominciare a sviluppare la propria crescita.
I “no” che si ricevono nell’infanzia sono formativi, abituano il bambino a confrontarsi con una realtà non sempre allineata alle sue aspettative e lo rendono consapevole dell’esistenza delle regole di comportamento e di educazione, nonché della necessità di osservarle. In questa fase i “no” aiutano a definire il carattere.
I “no” che si ricevono nell’adolescenza sono fondamentali, perché sviluppano molti aspetti della sfera di relazione personale e sentimentale. In questa fase i “due di picche”, che statisticamente rappresentano la maggior percentuale dei “no” che si ricevono da adolescenti, sono all’ordine del giorno; ma fa parte del gioco.
Dopo qualche lustro trascorso ad accettare (più o meno) di buon grado i “no”, però, ci si rende (più o meno) conto che i “no”, in qualche momento non meglio precisato, hanno cessato di avere un ruolo pedagogico per assumere altre connotazioni.
Ad un certo punto i “no” si sono trasformati in muri sui quali si infrangono sogni, speranze e aspettative.
Come comportarsi per non essere devastati dai “no”?
Semplice: basta invertire le domande. Un “sì”, per la sua naturale, storica, culturale ed etimologica valenza positiva non può devastare. Quindi il trucco diventa “rigirare la frittata”. Bisogna farci un po’ di abitudine, ma si può imparare. Come tutte le tecniche, il “rigiro di frittata” va affinato nel tempo e va messo in atto con attenzione.
Parlando con la vostra collega di ufficio, una domanda del tipo «Stasera ti va di uscire?» si può rigirare in «Stasera hai già impegni?». Nella prima formulazione della domanda, un “no” come risposta avrebbe effetti deleteri sull’ego e sull’autostima; nella seconda formulazione della domanda, un “sì” come risposta, seppure equivalente nella sostanza, preparerebbe il terreno ad un’autoassoluzione (perché in pochi ipotizzano che la collega preferirebbe uscire a cena con Godzilla piuttosto che con loro e tendono a convincersi che lei abbia impegni precedenti presi con le amiche). Questo “sì” è già un mezzo alibi per l’ego. In questo caso “rigirare la frittata” è conveniente. Le conseguenze pratiche sono le stesse, a prescindere da come è stata formulata la domanda: Runner Pizza e serata solitaria spiaggiati sul divano davanti alla tv; ma vuoi mettere che differenza per l’autostima.
Non tutti i “no” che si possono trasformare in “sì” solo cambiando la domanda smorzano la portata della risposta, però.
Parlando con il vostro medico, una domanda del tipo «Sopravvivrò?» si può anche rigirare in una del tipo «È letale?». Ma un “no” come risposta alla prima non è molto diverso da un “sì” come risposta alla seconda.
Non è il caso di “rigirare” qualsiasi domanda. Alcuni ”no” sono proprio “no” e basta.
Senza contare che alcune domande, anche volendo, non si riescono a “rigirare. «Mi ami?», ad esempio, non permette formulazioni alternative, per “rigirare” un “no” in “sì” e renderlo meno doloroso. Questa domanda può essere solo diretta e ammette solo risposte inequivocabili; sia che la facciate alla vostra collega di ufficio o che la facciate al vostro medico.

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