PILLONZI (o bu’o pillonzi)
In Toscana dire stare a “buco pillonzi” o dire stare a “buco ritto”, è la stessa cosa. La parola deriva da colorite esclamazioni di alcuni buontemponi che, passando vicino a un lavatoio, buttavano inevitabilmente l’occhio sulla posizione che le lavandaie dovevano assumere durante quei movimenti necessari per lavare e risciacquare i panni sporchi portati da casa.
Era in uso, in gran parte dei paesi della regione, costruire dei pubblici lavatoi che le numerose lavandaie usavano per lavare i panni della propria famiglia, ma anche dei loro padroni da cui molte andavano a servizio.
Queste pubbliche costruzioni, spesso munite di una tettoia a doppio spiovente con cui si permetteva un poco di riparo durante le pioggia o i solleoni estivi, spesso erano costituiti da tre (o due), ma anche di più, grandi vasche pieni di acqua di fonte, convogliata fino alla prima vasca mediante tubazioni o condutture a cielo aperto. Dalla prima l’acqua passava alla seconda vasca (e anche alla terza, e via dicendo), mediante una scanalatura di “troppo pieno” che costituiva un piccolo dislivello a scendere. Di cornice alle vasche erano posti dei larghi spianatoi inclinati (spesso in monoliti di pietra serena), che servivano per la battitura e la strofinatura dei panni durante il loro lavaggio. Dalla parte esterna l’altezza delle murature di contenimento era di circa 70 – 75 cm, mentre il filo di superficie dell’acqua era sui 60 cm.
Nei movimenti imposti dalla lavorazione di lavatura, queste massaie assumevano posizioni che le costringevano a piegarsi in avanti, sporgendo il loro busto, assumendo così una posa supina di ben oltre i 90 gradi.
Chi passava e vedeva di spalle quelle donne intente nel proprio lavoro veniva a trovarsi di spalle a quelle lavoratrici con i glutei in posizione predominante e bene in vista, da qui l’esclamazione “a buco ritto”, magari alludendo a certe posizioni di tutt’altro genere.
L’usanza di costruire i lavatoi per la pulitura dei panni era già conosciuta dagli antichi romani che chiamavano queste vasche “fullonicae”.
Quello che noi comunemente oggi chiamiamo lavatoio, era (e in certe località lo è ancora oggi), meglio conosciuto come “pila”, termine latino che stava a significare “mortaio”, ma anche “vasca” ovverosia, più in generale, un “contenitore cavo”. Da questo termine derivano così “pillole” e “pilozza”, ma anche l’attuale “pilozzo”, piccolo lavandino esterno spesso inserito in un angolo delle terrazze di ogni singolo appartamento.
Sembra che il sostantivo “pillonzi” fosse stato coniato a Vinci. Francamente non ci è storicamente dato di sapere con esattezza, di certo il nome “pila” già esisteva da millenni, come di certo “pillonzi” si può definire una storpiatura dialettale (magari anche in forma fonetica) del sostantivo originale e del derivato “pillone” e “pillozza”.
Fortunatamente oggi ci sono le lavatrici e i sederi di donna, involontariamente esposti, non creano più ilarità o suscitano strani pensieri.
Se oggi si dice “a buco pillonzi” è tutt’altra cosa… anche a Vinci.
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