Xylar
Dal finestrino Xylar osserva la lama di un’alba sottile che irrompe davanti e si addensa nel cosmo. L’arresto della propulsione antimaterica genera un plasma d’energia che squarcia il telo dell’orbita gravitazionale. La nave si stringe in una corona pallida d’ozono che vortica attorno allo scafo e rivela la Terra nel suo candore. Xylar vira i propulsori e inizia la discesa. Rimane incantato dal bagliore primordiale che taglia la troposfera e forma un arco riflesso di colori appena nati. Mentre si perde inebriato nelle tinte profonde degli oceani e nella forma radioattiva di una luce cara, rileva con stupore qualcosa nel suo corpo: una fitta al fianco sinistro che non si spiega.
Per una convergenza statistica di eventi finisce al Pronto Soccorso di Careggi. Il salone d’attesa pullula di anziani apatici che spingono deambulatori e si guardano le scarpe, ma anche di giovani che tossiscono repressi e disegnano formine nell’aria. Una fila di lampade squadrate appese ai soffitti illumina anfratti d’emergenza e un corridoio lucido che prosegue fino ai bagni. Xylar ha la mascella contratta e il volto pallido. È seduto sul bordo della sedia sotto le bacheche e i crocevia dei nuovi arrivi. I volontari e gli infermieri sfrecciano uno dopo l’altro e non si accorgono di lui. Anche un ragazzo delle pulizie coi suoi flaconi di cloro non s’accorge dei suoi gemiti e di nessun altro. «Questo biondino piegato sulla sedia?» dice invece un’operatrice sanitaria del triage. Nessuno dei presenti seduti le risponde e allora lei alza le spalle e prosegue il giro. Xylar vorrebbe la sua attenzione, dirle qualcosa, non ce la fa. Non trova pace e continua a guardarsi attorno, suda, si contorce avanti e indietro, il ventre è irrigidito. «Beva tanto, lo butti fuori» blatera un signore col giornale dopo aver sputato in un secchio, «è un meteorite quello». Xylar lo guarda come un suo simile, come se anche lui fosse scivolato lì da un condotto nucleare. Poi si accorge che gli si è attivato il condotto lacrimale, che il dolore è una questione di strati. Prova a respirare a boccate grandi, si appoggia alle pareti di cartongesso, alle colonne che trova, ricambia posizione, di nuovo ancora. Preso dal panico inizia a camminare tra i carrelli, spalleggia la gente, scavalca le borse, entra ed esce dal bagno. È disperato, senza coordinate. Ripensa a quando sul suo vascello ha generato il sangue, lo spessore della pelle, l’apparato scheletrico. A come era lieve la vita coi panorami densi di azoto.
«Esercitazione numero 45.987.321. Prego praticare: lingua, postura, movimenti» dice un sistema radio neuronale negli ultimi frammenti di universo, con l’aura di Xylar che inizia a vibrare. «Ehm, mi sto avvicinando alla Terra. Il mio viaggio durato millenni sta per concludersi. Come da ricostruzione particellare sono a tutti gli effetti un umano, quindi un essere involuto e contraddittorio che costruisce il tempo e attende invano che la vita accada. Posso memorizzare esperienze, dissipare energia, parlare tutte le lingue. La mia missione è capire perché questa specie ha scelto di evolversi mantenendo il dolore come forma di sopravvivenza. Avvio l’empatia simulata e la tolleranza all’irrazionale. Chiudo».
Xylar cade in ginocchio sul pavimento in pvc aggrappandosi a un separé che delimita l’area di emergenza. Il ragazzo delle pulizie stavolta lo nota, gli dà il braccio e lo accompagna al bancone centrale, poi torna alle sue scodelle. «Venga qua signore» dice la caposala dietro la scrivania zeppa di faldoni «le faccio riempire il modulo per l’eco addome». Xylar con un’aria da funerale la raggiunge. Lei prosegue: «Dolore, da quanto?». Lui non risponde, lei allora aspettando una parola dice: «Vabbè mentre ci pensa compili qui, qui e qui e poi metta una firma qua» mostrandogli delle caselle da spuntare. Xylar si distrae guardando un babbo che fa ridere suo figlio con la testa spaccata. Lei sempre in attesa batte nervosa la penna sulla cartelletta: «È straniero per caso?». A questo punto lui torna in sé: «Mi scusi, mi chiamo Xylar e vengo da Aelyon, e trovo che il vostro modo di percepire le ore di attesa come un’unica massa di stanchezza sia nobile. Ma non efficace». Lei spazientita replica: «Ascolti io sono qui da stamattina, facciamo che i dati me li dà dopo, ok? Vada a sedersi laggiù e beva. La chiamiamo noi». Xylar esegue gli ordini e si siede su una panca dell’atrio distribuendo il peso sui glutei. Lei da lontano continua: «Io con una colica renale non starei a scherzare, veda lei» poi le squilla il telefono e si volta. Lui stremato abbassa le palpebre e ha un principio di svenimento. Lei allora si stacca dalla scrivania e chiama un infermiere di turno: «Prepara una boccetta di Ketoprofene», e lui «Io andrei col Contramal 200 mg, non ho mai visto uno contorcersi così».
Con la morfina in vena Xylar nota che l’infermiere si riduce a vapore acqueo che cammina lungo il tubicino della flebo. La caposala è appesa nuda al soffitto e tira a sé i lettini con un cavo della corrente. Poi si accorge che i millenni dell’universo sono minuscoli, chiusi nelle mani, ma anche sparsi nelle pettorine gialle dei barellieri, fra gli asciugamani nuovi degli anziani. Di sé ha una percezione estasiata, sentimento che vorrebbe schedare. Non ha più gli occhi ma in compenso, ora, è una lucciola di color rosso emergenza che vola rasa sopra le lenzuola, a filo polvere delle cuciture. Ripensa ad Aelyon, la sua casa, immersa nelle aurore a grandi filamenti, con le ondate di luce che spianavano la cresta dei tramonti e le albe rifratte. Ma più di tutto Xylar sente qualcosa nel petto e percepisce l’iride come un complesso di ricordi, anche se questo riguarda le poche ore che ha passato sulla sedia. Poi un abbaglio, e ritorna al mondo in picchiata poco prima di atterrare. Tocca il tempo, il passaggio del sole. Lo vede in geometrie e momenti stirati. Si lascia travolgere dalle note schiacciate dei propulsori in spegnimento che suonano il rumore delle cascate quando le orecchie sono chiuse. Non se ne vuole più andare.
Andrea Tani, Narrativa minima
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