C’è sempre una prima volta…
Di prime volte è costellata la nostra vita. C’è la prima parola, che la leggenda dice sia sempre “mamma”. E che a volte potrebbe essere anche “babbo”, ma solo in Toscana.
Poi c’è il primo bacio, in genere strettamente connesso con il primo amore. Anche se non sempre, va detto. Nessuno dei due comunque, secondo un’altra leggenda, si scorda mai. Non sappiamo se sia davvero così, però c’è addirittura qualcuno che con il primo amore decide di passarci la vita. Un encomio a chi ci riesce.
Poi c’è il primo giorno di scuola, indimenticabile, che rappresenta davvero un salto nel buio. Perché l’asilo è un’altra cosa, sei ancora piccolino, sei protetto e in fondo non ti viene chiesto altro che giocare, mangiare e dormire.
Con la scuola, invece, si fa sul serio. Sei senza paracadute. Lì ti insegneranno a leggere e scrivere, aprendoti alla conoscenza e al mondo. E lì ci sono i primi veri, indimenticabili compagni di scuola, e di banco.
Ma come ognuno di noi ha le proprie prime volte personali, da tenersi ben strette e da custodire con cura, esistono anche le prime volte collettive, quelle da condividere con gli altri: amici, parenti e connazionali. E recentemente lo sport italiano, perché comunque di sport qui si parla, ha festeggiato due prime volte davvero sorprendenti.
Andando per ordine, c’è stata la prima clamorosa vittoria della nazionale italiana di rugby contro l’Inghilterra a Roma. Contesto, il prestigioso torneo delle Sei Nazioni. Un 23 a 18 che arriva dopo ben 32 sconfitte consecutive. Tante. Da far perdere la voglia di continuare a giocare a rugby.
Questo sport che è un po’ come la vita, dove la palla non è tonda ma ovale e quando rimbalza va dove gli pare.
Insomma, questa vittoria ha dato lustro al rugby tricolore, anche se l’italrugby non ha mai vinto nessuna manifestazione internazionale e mai più di 2 partite al Sei Nazioni.
Nel rugby europeo le squadre britanniche e la Francia ci hanno sempre guardato un po’ con sufficienza, come fossimo degli intrusi. Adesso abbiamo acquisito un po’ di sicurezza e facciamo anche noi la nostra parte.
Ora fra le squadre da battere sono rimasti solo i neozelandesi, quelli che non hanno maglie di riserva, gli All Blacks da sempre. Festa nazionale se vinciamo con loro.
Ma in questi giorni c’è stata un’altra prima volta dello sport italiano. La vittoria della nazionale di baseball contro gli Usa nella World Baseball Classic, praticamente il mondiale per nazioni. Vero che non è proprio la prima vittoria contro una nazionale a stelle e strisce ma è di sicuro la prima contro le stelle della MLB, la Major League Baseball, la lega nordamericana che gioca nel campionato più importante e competitivo del mondo.
Vero che parlare in questo caso di nazionale italiana forse è eccedere di ottimismo. Perché è formata quasi interamente da giocatori americani anche loro, anche loro militanti nella MLB, che mantengono un legame affettivo con l’Italia per cognome e parentela.
Sono infatti tutti parenti, spesso alla lontana, di immigrati in Usa, molti non hanno nemmeno il passaporto italiano e nessuno ha mai giocato in Italia. Ma i regolamenti della WBC, la federazione mondiale, aiutano parecchio. Sei italiano perché hai scelto di esserlo, per amore dei tuoi antenati emigrati e perché ti piace il vero caffè espresso bevuto alla fine di ogni partita.
Insomma, in questa vittoria c’è tanta storia e tanto cuore buttato oltre l’ostacolo. Ci sono persone che sono andate a cercare fortuna dall’altra parte del mondo e i cui discendenti rimangono legati al Paese d’origine.
Peccato che non ci sia stata la possibilità di replicare in finale perché l’Italia è stata battuta in semifinale dal Venezuela, mentre gli Usa nell’altra semi hanno sconfitto la Repubblica Dominicana. Per la cronaca la finale è stata vinta proprio dal Venezuela per 3 a 2 e Trump non ha invitato nessuno alla Casa Bianca.
Naturalmente, l’auspicio è che queste vittorie diventino consuetudine. Altrimenti serviranno solo a entrare nella storia e, con il tempo, a diventare a loro volta leggende. E magari, fra un po’ di anni, qualcuno potrebbe anche pensare che i “soliti Italiani” si sono inventati tutto.
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