Cronaca di un disastro non annunciato
Fanno giusto vent’anni dall’ultima vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio. Se qualcuno pensava di festeggiare, rimetta in frigo lo spumante. Anzi, lo riporti direttamente in cantina perché l’aria che tira non è proprio delle migliori.
Non c’è due senza tre, dice un vecchio ma sempre attualissimo proverbio. Cioè, se due cose uguali sono accadute, puoi essere quasi certo che la terza è in rampa di lancio. In questo caso, se sei stato cacciato dalla fase finale dei Mondiali per due volte, ci sono buone probabilità di restare fuori anche per la terza.
Nessuno però credeva all’eliminazione dell’Italia, diciamolo. La piccola Bosnia-Erzegovina del quarantenne Dzeko, che a Firenze era passato giusto per salutare, non sembrava rappresentare un pericolo. Per molti la vera fortuna era stata l’eliminazione del Galles: con quelli sì che sarebbe stata dura nel grande catino vociante di Cardiff. A Zenica, con la capienza dello stadio addirittura ridotta, sarebbero stati in 10.000. E anche se urlavano…
Insomma, c’era grande fiducia. Tanto che i giocatori italiani avevano festeggiato ancor prima di giocare, alla notizia che l’avversario non sarebbero stati i britannici ma i balcanici. Dimenticando, forse, che chi in passato è stato eliminato dalla Macedonia del Nord, non può dormire sonni tranquilli (e anche i macedoni, per ironia del destino, sono balcanici).
Se poi addirittura passi in vantaggio per un errore del loro portiere, ma con una mezza prodezza di Kean, allora ti sembra che i grattacieli di Manhattan o le pianure del Canada o le piramidi del Messico siano davvero lì a un passo (per chi non lo sapesse, stiamo parlando dei tre Paesi organizzatori del prossimo Mondiale).
Ma il calcio è perfido, vigliacco, cattivo, non ha cuore. Ti fa gioire, ma l’attimo dopo ti ricaccia nella disperazione. Un cartellino rosso, un’espulsione (quella di Bastoni) e tutto torna in equilibrio, anche se sei in 10 contro 11 ma hai un prezioso gol di vantaggio.
Ce la puoi ancora fare a coronare il sogno di smentire quel maledetto proverbio finché non arriva il pareggio, su una mischia in area, da parte di un tale Tabakovic entrato in campo da poco (e appena più noto di Carneade).
Dunque tutto da rifare. Passano anche i supplementari e rimangono i rigori, che non sono una lotteria, come molti dicono, perché bisogna saperli tirare. E i bosniaci hanno dimostrato di essere bravi, avendo eliminato il Galles proprio dagli undici metri.
Appunto, bisogna saperli tirare. E se te, giocatore italiano, 4 volte campione del mondo, ne sbagli 2 su 3, diventi uno qualsiasi. Mentre i fieri bosniaci ne segnano 4 su 4 e meritano loro di andare al Mondiale e te di stare a casa. La stessa cosa che fai ormai da troppi anni.
Quindi, ancora una volta, niente notti magiche (e visto il fuso orario c’erano buone possibilità), niente pizzerie, osterie e ristoranti con menù tricolore, niente cortei di macchine strombazzanti.
Niente estate italiana inseguendo un gol.
Adesso si aspettano dimissioni e rifondazioni, in un Paese che qualsiasi cosa accada rifonda sempre poco (e dà sempre la colpa a qualcun altro). Si parla di rendere obbligatorio un numero minimo di calciatori italiani e quindi di accogliere meno stranieri nelle squadre di club (che però ormai sono delle piccole industrie che devono pensare al loro fatturato). Si parla di mettere un ex giocatore a capo della FIGC (Baggio e Maldini i più gettonati), di curare più i vivai, di insegnare calcio ai più piccini senza però stressarli con tattiche e schemi. Tante cose bollono in pentola. Ma forse nessuno ha ancora parlato dell’unica cosa importante da fare per partecipare.
Organizzarli, questi benedetti Mondiali.
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