Dalla parte di Pinocchio
C’è una tavola di Pinocchio illustrata da Roberto Innocenti che mi ha sempre colpita.
Si vede l’arresto di Geppetto da parte dei Carabinieri. La scena è osservata dall’alto, piena di dettagli meravigliosi, e tutti i personaggi guardano nella stessa direzione: il clamore, lo scandalo, il padre trascinato via.
Intanto, in basso, quasi fuori scena, Pinocchio fugge indisturbato.
È lì il trucco di Collodi. E anche quello di Innocenti.
“Mi vedi?” sembra dirci il burattino. “No, perché sei troppo occupato a guardare dalla parte sbagliata.”
E forse è quello che succede anche oggi quando parliamo di scuola.
Mi è capitato un fatto, caro lettore e cara lettrice.
Mi è capitato di incontrare un’insegnante referente dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) di un liceo di Scienze Umane.
Volevo confrontarmi con lei, anche come rappresentante della classe di mia figlia, perché si erano verificati episodi spiacevoli tra alcuni insegnanti e studenti con disturbi specifici dell’apprendimento.
L’insegnante è stata, come dicono quelli bravi, “assertiva”. Anche io me la sono cavata. Diciamo che eravamo due brave “comunicatrici”, attente e disponibili all’ascolto, nel tentativo di trovare un equilibrio sopra la follia (cit.) della scuola italiana, dove tutto si muove grazie alla buona volontà di chi la abita.
Poi lo scivolone.
Al mio puntualizzare le mancanze della scuola in questione, la poca attenzione “strutturata” che aveva fatto sì che più di una volta i ragazzi dovessero affrontare insegnanti che non solo non si comportavano in modo coerente con il loro piano didattico personalizzato, ma che li denigravano davanti agli altri compagni, la professoressa ha chiosato con un:
“Comunque Signora, i ragazzi si fortificano affrontando queste cose…”
E no.
Ci sono frasi che non solo contengono giustificazioni fuori luogo, ma che risultano profondamente inaccettabili.
Perché le incompetenze di un adulto pagato per formare dovrebbero ricadere sulle spalle di un minorenne?
E non sto parlando di mancanze a livello di “programma svolto”, ma di rispetto.
Può succedere che ci siano insegnanti più disponibili, più entusiasti, più capaci a livello comunicativo. Ma la scuola non può essere un ambiente dove si entra dicendo: “Speriamo bene”.
Certo che i ragazzi vanno rafforzati, dando loro sicurezze, autostima, capacità di relazione, collaborazione, capacità di analisi e comprensione… ma, perdonatemi, da chi dovrebbero impararle?
Oltre che dalla famiglia, certo. Ma è a scuola che si impara l’autonomia, la collaborazione con i compagni, la convivenza anche con persone che non sempre ti stanno simpatiche, che non sceglieresti per passarci il tempo libero, ma con cui devi comunque imparare a convivere e a confrontarti.
Ecco, è così che si cresce.
Non subendo in silenzio e ributtando tutto sulla famiglia, che, quando c’è, non sempre ha le risorse per arginare tutto questo, oltre ovviamente a non conoscere fino in fondo le dinamiche della classe.
Eppure continuiamo a guardare Geppetto trascinato via dai Carabinieri.
Le baby gang, i coltelli negli zaini, i cellulari, le emergenze educative trasformate in titoli da talk show.
Ma Pinocchio, intanto, scappa.
Scappa ogni volta che un ragazzo viene umiliato davanti alla classe.
Ogni volta che la famiglia resta sola a raccogliere i pezzi.
Ogni volta che la scuola dimentica che educare non significa “resistere”, ma accompagnare.
Forse dovremmo smettere di fissare lo scandalo e tornare a guardare il bambino che fugge sul fondo della scena.
Che poi è proprio quello che fa la grande arte: ci mostra ciò che stavamo perdendo.
E se volete vedere da vicino quella tavola meravigliosa di Roberto Innocenti “Dal sogno al segno”, fino al 17 maggio alla Biblioteca di Scandicci e al Castello dell’Acciaiolo c’è una mostra dedicata al suo lavoro.
Perché a volte certe immagini raccontano più di tante parole.
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