Divisi e irriducibili dal XIII secolo (almeno)
Il 18 giugno del 1273 giunse alle porte di Firenze, accolta con il massimo sfarzo previsto dalle autorità comunali, una delegazione di assoluto rilievo.
Il nuovo pontefice Gregorio X – al secolo Tedaldo Visconti da Piacenza, asceso sorprendentemente al soglio pontificio nel marzo del 1272 – entrava in città con il suo nutrito seguito e con la protezione interessata di Carlo I d’Angiò, titolare del regno di Sicilia e vicario imperiale per la Toscana su nomina del precedente papa Clemente IV.
Gregorio si recava da Roma a Lione, dove aveva convocato, a soli quattro giorni dalla sua incoronazione, il XIV° concilio ecumenico (Lione II) che doveva discutere di crociata, di unione tra le chiese latina e greca e di riforma della Chiesa.
Firenze, dove venne ospitato nel palazzo dei Mozzi, non rappresentava solo una delle tappe più importanti del viaggio papale. Era da tempo dilaniata da scontri interni tra la fazione dominante guelfa e le famiglie che appoggiavano in maniera più o meno aperta i ghibellini costretti all’esilio. L’opera di pacificazione delle città italiane rappresentava una delle priorità del papa, primo passo di un progetto più ampio volto a unificare tutte le forze cristiane occidentali in vista della futura impresa crociata che mirava alla riconquista di Gerusalemme e dei Luoghi Santi dalle mani dei Mamelucchi d’Egitto.
Per Gregorio – che nel corso della sua carriera aveva già raggiunto brillanti risultati nell’arte della mediazione politica presso le corti dei più importanti sovrani europei – il caso fiorentino rappresentò la prima prova diplomatica affrontata nelle vesti di pontefice; che si risolse in un misero fallimento. Dopo faticose e snervanti trattative – al naufragio delle quali contribuì, agendo nell’ombra, lo stesso Carlo, al quale una pacificazione delle fazioni fiorentine secondo condizioni paritarie non conveniva – il papa, furioso, abbandonò la città lanciando l’interdetto.
La condanna papale comportava la sospensione di tutte le manifestazioni pubbliche di culto e il ritiro dei Sacramenti all’intera comunità; l’equivalente della scomunica per un singolo individuo.
Il tempo stringeva e a Lione, per lo svolgimento dei lavori conciliari, stavano confluendo un gran numero di prelati, oltre che i rappresentanti dei regni europei, la delegazione bizantina e un’ambasceria dell’ilkhanato mongolo di Persia.
Il concilio rappresentò un indubbio successo per la politica gregoriana, per le sue doti di mediatore e per la capacità di raccogliere in modo apparentemente coeso l’intera Cristianità occidentale. Un successo in larga parte teorico, che alla prova dei fatti e delle contingenze storiche, compresa la prematura morte del pontefice, si tradusse nella pratica in pochi per quanto rilevanti interventi nel processo di riforma della Chiesa.
Di ritorno dalla Francia, nel dicembre del 1275, Gregorio si ritrovò ancora una volta alle porte di Firenze. Dopo i tanti successi raccolti si volle cimentare ancora una volta nel suo sforzo conciliatore. Tolse l’interdetto per poter entrare in città e celebrare le funzioni religiose e soprattutto si impegnò nuovamente con la sua autorità e autorevolezza per sciogliere i nodi più intricati che dividevano le fazioni locali; e per la seconda volta – a fronte di forze contrapposte che non parevano essere disposte ad alcuna concessione ed erano divise da ragioni molto più articolate dell’ormai datata rivalità tra guelfi e ghibellini – abbandonò rabbiosamente la città toscana scagliando ancora una volta il suo interdetto.
Dopo pochi giorni il papa giunse ad Arezzo stanco e ammalato, dove si spense il 10 gennaio 1276 e dove riposa nel mausoleo posto nel Duomo.
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