Empatia minerale
«È da un’ora che vi meravigliate a vicenda del fatto che riusciamo a parlarci, senza nemmeno rendervi conto dell’assurdo concetto dell’esistenza sulla Terra. Vi siete mai chiesti del perché esistano il sole o le primavere? Perché non mi dite chi siete e che fate qui? Io proverò a dirvi cosa ho visto. Se poi mi date anche una rinfrescata e mi togliete la muffa, ve ne sarei grato».
Ivano guarda inebetito il cadavere ai suoi piedi e si volta verso la parete: «Siamo due imbianchini disoccupati di cinquant’anni, appassionati di serie noir scandinave. Io sono Ivano, lui è Marcello» indicando il suo amico. «Un mese fa abbiamo frequentato un corso serale di empatia minerale presso un centro anziani del quartiere. Ci mostravano la vita agricola di Stonehenge su un telo buttato giù dal soffitto. Ci dicevano di ascoltare la memoria delle pietre, le vibrazioni del cemento, di provare a casa, ma non capivamo niente e ci distraevamo di continuo. Qualcuno o qualcosa ci prendeva in giro da dietro le intercapedini del solaio sopra di noi. L’abbiamo detto, ma ci hanno cacciato lo stesso».
«Come siete arrivati qua?»
«Siamo usciti per una partitina a biliardo e ci siamo imbattuti in questa casa abbandonata. Ci ha colpito un marciapiede rotto a forma di freccia e una cantilena proveniente dal crepitio di un mattone. Abbiamo scavalcato, ci siamo intrufolati da una finestra aperta e ci siamo subito tappati il naso. C’era un odore strano, c’è ancora… e l’abbiamo visto».
«Va bene, è sufficiente. Ora però dovete aiutarmi. Aprite l’altra finestra, fate scorrere un po’ d’aria e attaccate un deumidificatore, possibilmente ventilato. Procuratevi della candeggina e strofinatemi con una spazzola morbida, dopo qualche minuto ripassate con un panno umido».
Ivano allarga le braccia. «Sei piuttosto esigente muro, dove troviamo questa roba?».
Marcello, mentre esce dalla stanza, si copre il naso con una manica e guarda il ragazzo senza vita steso su un fianco. È di spalle, ha i jeans stretti e un maglione infeltrito. Sul pavimento non ci sono né sangue, né segni di infrazione.
«Aveva visto un buco che pulsava», continua il muro «ne era terrorizzato. Blaterava all’aria dicendo che era colpa di quel gorgo che si spostava diametralmente, risucchiando la vecchia tinteggiatura, la malta, le scaglie di stucco, una specie di aspirapolvere senza controllo. Ma ciò succedeva per via della sua mente, che sobbalzava, che perdeva connessioni. Svanivano i chiodi, i tasselli di plastica, gli attestati appesi, e poi le mensole in massello, i vasetti di piante grasse, le sue creazioni coi legni del mare, e più elencava gli oggetti e più il ragazzo sbianchiva».
Mentre Ivano si lascia investire da questo delirio, Marcello gli si avvicina all’orecchio e gli sussurra che delle cose richieste ha trovato solo dei sassetti e dei cocci di vetro che emettevano piccoli sibili, come fossero in allarme. Quindi li ha lasciati lì.
«Ha anche provato a riacciuffare le sue cose» continua la coscienza «si è infilato dentro la voragine, sbracciando, contorcendosi, ma tutto è peggiorato. I suoi ricordi hanno iniziato a staccarsi come capelli dopo la chemio. Ha supplicato l’universo di non profanare ciò che ricordava. Sputava parole che si moltiplicavano in riccioli e fiori che proteggeva dagli spifferi e dai cambi d’aria; ma qualcosa era già in corso, le sue sinapsi erano gonfie, slegate, attaccate a visioni cucite in orli sottili. Parlava di corse accanto all’acqua fredda del mare, di sorrisi dopo i risvegli pesanti, dei suoi gatti che si ingozzavano nelle ciotole, dei ritorni dai viaggi di montagna coi calzini umidi. Diceva che tutto era perso, che la sua infanzia era diventata una febbre che non si abbassava, polvere di notte sui pantaloni. Urlava di smetterla, di ridargli la forza di vivere. Fuori di sé si girava di continuo, guardava il soffitto, le pareti laterali, me che lo osservavo dalla parte opposta. La forza brutale della sua mente però non si fermava, non lo ascoltava, continuava a rilasciare scorie terribili, lacrime che si amalgamavano con la luce frenetica della stanza in un grumo di pece e capillari. Era perso in un abisso fuori dal tempo, fuori da ogni nascita, dove l’oscurità era atona e onnipotente».
«Non c’era nessun altro nella stanza oltre a te?» chiede Marcello.
«Appoggiava la fronte su di me, come un monaco, cantilenando, pregandomi di ascoltarlo. Mi chiedeva chi avesse portato il male sulla Terra, voleva il nome. Avrebbe voluto che suo padre non morisse mai, che rimanesse anziano, lucido, con le analisi perfette. Lo considerava un angelo dalle spalle larghe, allergico all’aurora e gentile con chi aveva scelto la propria strada. Poi si scrocchiava il collo, si girava verso lo specchio, fissava la mamma e il fratello che non si avvicinavano, non ci provavano. Diceva che avrebbe voluto essere una nave, un deserto pieno d’acqua, volare sopra le case e aggrapparsi alla geometria degli stormi. Diceva che da tempo non sognava più, che di notte qualcosa gli colava dalle orecchie e gocciolava nel frastuono della vita, in quel mondo stupido che aveva smesso di girare. A volte si spogliava e rimaneva al freddo, lasciava che la sua pelle si indurisse, vibrasse, che attraversasse l’intonaco e arrivasse negli scantinati di casa fra le larve e le bambole scucite dei primi compleanni. La profondità del suo dolore proveniva da posti ancestrali, da altre vite, da qualcuno che era stato cattivo e l’aveva scampata tirandosi su i pantaloni. Diceva spesso che in una vita precedente era morto da bambino e che quel bambino aveva giurato al vento che quando sarebbe rinato avrebbe combattuto ogni giorno per godersi la vita e non impazzire. Per un po’ ci ha creduto… ma lo vedete, è accanto a voi».
Ivano e Marcello, sulla strada di casa, sono provati e camminano piano. Mentre Marcello prende appunti su un foglietto, Ivano è distratto dalle forme dei marciapiedi.
«La prossima volta parliamo col pavimento, questo muro mi è sembrato un po’ fuori di testa».
«Ci siamo dimenticati di chiedergli com’è morto il ragazzo!»
«Vi siete dimenticati di chiedergli un sacco di cose» sibila una voce da dietro un muretto a secco.
Andrea Tani – Narrativa minima
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