Dell’infanzia e del mare
Mattia appoggia la bicicletta a un palo della strada ed entra in ferramenta con un sacco dell’immondizia in mano. Passa le vernici, gli attrezzi da lavoro, si avvicina accalorato al bancone. Da dietro una porta a perline esce Giordano, un signore attempato con un ciondolo al collo che etichetta una livella da muratore. «Mattia, hai qualcosa per me?»
«Ehi Giordano, è successo di nuovo».
Silenzio.
Giordano accompagna un paio di clienti all’uscita.
Mattia gli si avvicina e lo guarda fisso: «Stavolta ho fatto fatica a catturarlo. Ho visto due anziani, simili a quelli del ciondolo, cercavano di camminare, ma ogni volta che sfioravano il pavimento si dissolvevano, arretravano, si agitavano dentro un telo che si arrotolava e si apriva come la schiuma degli scarichi industriali. Uscivano dalla plastica tentando invano di sfondare le pareti, poi scivolavano nell’intonaco: lui prendeva la forma di un volpino, lei quella di un pastore tedesco con le zampe grosse. Poco più in là c’era un bambino. Giocava con due lucertole verdi e con un bastone che a seconda dell’istante diventava una fionda, poi una canna da pesca e infine un pennello che tracciava fiumi bianchi. Quei fiumi si trasformavano in sgorghi sospesi tra la testa e il soffitto, portando con sé il sale del mare, che filtrava a fiotti e zampilli infiniti. I mobili erano scogli carichi di coralli e il bambino, prima di riemergere in superficie, brandiva una fiocina puntando un branco di saraghi».
Giordano lo ascolta con gli occhi chiusi, come trasportato dalla melodia di un’arpa.
«All’improvviso ero con loro» continua Mattia «ci siamo ritrovati dentro una campana di sapone. Respiravamo il calore trattenuto dei vestiti. Ci toglievamo le lacrime diventate secche e ce le scambiavamo come se fossero un gesto di riconoscenza, anche se non avevano peso. Tutto si allungava e si torceva in colori spenti che si smorzavano al minimo contatto. Sulle mattonelle restavano impronte leggere, passi che non erano ancora passati. Attorno, i pensieri si rincorrevano come popcorn che non trovavano forme per esplodere. Sentivo la pioggia risalire, un campo di stalattiti che trapassava il tetto e tornava al suo cielo, fra cascate d’aria e arcobaleni che subito dopo ricadevano nell’intonaco di un rudere infestato di rose. Mi avvolgevano le estati della mia infanzia, il pulviscolo del grano dietro la scuola, il sugo che ribolliva sui fornelli. Poi cambiava tutto: mettevo un punto a capo e mi ritrovavo in un groviglio di olivi e filari di luce. Né l’uno né l’altro però mi riguardavano. Irradiavano dalla pancia una coscienza filamentosa che nascondeva l’altro lato dei ricordi, i sottotesti, i sorrisi trinciati sul nascere. I confini erano molte cose insieme: un bosco, un salotto, degli aironi in volo. Non avevano colori veri, solo un’opacità simile alla loro essenza eterica, e poi non avevano lingua, le parole erano state tolte una dopo l’altra, mummificate nella memoria. A volte tutto questo era una fronte calda, a volte il fresco dei sottovasi che mi arrivava dal giardino. Io non appartenevo al mio corpo e lui non apparteneva al mio mondo, ero chiarore riflesso, rancore, il vetro sporco toccato con le dita. Potevo essere tutto, ma quando fissavo un punto qualsiasi, questo virava nel perlaceo di un tramonto e poi svaniva: una crosta annerita di visioni sterili che non comunicavano più, assorbivano lentamente il proprio senso, come se stessero imparando. Questo è il sogno che ho fatto, Giordano… non è stato facile prenderlo».
Lui lo guarda estasiato. «Il sacco è grande, non me l’aspettavo».
Mattia lo appoggia per terra vicino alla cassa, legato a doppio nodo. «Mi dispiace che non riesci più a sognare, Giordano, ma sono esausto e mia mamma sospetta qualcosa».
«Per favore, continua a dirle che vai a buttare la spazzatura in strada. Ci siamo quasi».
«Ti saluto amico mio».
Giordano lo accompagna alla porta e lo osserva allontanarsi in bicicletta, leggero come quando lo aveva visto arrivare. Tornato al bancone, va nel retrobottega, accende la luce e alza lo sguardo sulle scaffalature in legno, alte come palazzi. Un ambiente immenso, stipato di sacchi neri unti e maleodoranti, ognuno legato ed etichettato con cura. In alto, a sfiorare il soffitto, nota un varco tra due pile irregolari. Trascina una scala d’alluminio dal fondo del magazzino, stride sul pavimento e risveglia le urla soffocate provenienti dagli altri scomparti. Appoggia la scala contro un ripiano, poi afferra il sacco gonfio di Mattia e lo tira su a fatica. Inizia a salire. A ogni gradino il peso lo sbilancia all’indietro, le dita scivolano sulla plastica tesa. Stringe la presa e sente un colpo, qualcosa che dentro il sacco si dimena, tanto da farlo barcollare. Pensa che siano il volpino e il pastore tedesco dalle zampe grosse che annusano la dimensione del mondo reale, che rincorrono la pallina e sbattono ovunque. Dal niente fuoriesce il puntale della fiocina creando un piccolo squarcio. Il salmastro si espande e arriva alle narici accompagnato dall’acqua che gocciola fuori e sbatte sulle scarpe. Con l’ultimo gradino Giordano è in cima. Ha il sacco contro il petto, si bagna dappertutto. Con uno sforzo disperato e i muscoli in tiro riesce a impilarlo accanto ai sogni dell’infanzia e del mare. Da una tasca tira fuori un rotolino di nastro adesivo. Striscia dopo striscia chiude lo strappo, poi fra sé e sé pensa: «Ci manca pure che insieme all’acqua colino via anche i miei genitori».
Andrea Tani – Narrativa minima
![]()


