Hydration break
Tempo di Mondiali di calcio, tempo di nottate (causa fuso orario) passate a guardare le partite, quasi felici di aver qualcosa da fare quando il sole non pesa più come un incudine sulla testa. Imprigionati come siamo tra ventilatori, aria condizionata, ventole appiccicate al soffitto, ghiaccioli, cubetti di ghiaccio infilati nella schiena, meno male che almeno ci sono le partite, che offrono un pretesto per non dover stare distesi sul letto a fissare il soffitto mentre dalla finestra aperta non arriva un alito di vento.
Uno dei momenti più agognati delle partite è il cosiddetto hydration Break (momento dell’idratazione), quando, circa a metà di ogni tempo, la gara si ferma per permettere ai giocatori in campo di idratarsi. In questo modo anche il teleutente può staccarsi dallo schermo e andare a bere, sicuro di non perdere nemmeno un secondo di gioco. Questa cosa non è una novità. Anche nel campionato italiano c’è: si chiama però cooling break (interruzione per raffreddamento) e si fa solo verso fine stagione quando le temperature si alzano vertiginosamente ed è necessario fermarsi per bere e riprendere fiato.
La differenza sostanziale è che l’hydration break si utilizza al Mondiale anche quando piove e le temperature a stento raggiungono i 20 gradi.
Secondo alcuni, dal punto di vista sportivo, questa interruzione fa solo danni. Blocca il normale fluire della gara, interrompe la concentrazione e può cambiare l’inerzia del gioco. Praticamente la partita viene così divisa in 4 tempi. Cosa che il regolamento non prevede. Il calcio, normalmente, per almeno 45 minuti (escluso recupero) non ha interruzioni: fatto inconcepibile per il modello americano di gestione della pubblicità. Perché gli sport che vanno forte negli Stati Uniti sono quelli che vengono fatti a pezzetti. Pensiamo al football americano con partite di 48 minuti di gioco effettivo che possono durare anche 4 ore. Pensiamo al baseball, con partite senza durata certa e piene di vuoti da riempire di pubblicità. Oppure al basket, in cui i time out sono praticamente obbligatori. Insomma, anche il calcio (soccer in Usa) si è dovuto adeguare creando degli intervalli per rimpinzarli di réclame.
La Fifa, nella persona del suo presidente Infantino (quello che ha dato il premio per la pace a Trump, quindi sicuramente immune da qualsiasi conflitto di interessi) dice che la pubblicità non c’entra nulla, perché loro avevano venduto gli spazi prima della decisione di interrompere le partite. Niente però vieta di pensare che avessero deciso da tempo l’hydration break e che abbiano reso nota la decisione in data successiva.
Naturalmente la Rai e DAZN, che trasmettono le partite in Italia, hanno… colto la palla al balzo riempiendo anche loro le pause di spot.
Il rischio adesso è che l’eccezione diventi regola e che le aziende reclamino un calcio sempre più frantumato e spezzettato, con tanti golosissimi vuoti da riempire. Un po’ come succede nei film in tv. Insomma, forse anche il calcio dovrà adeguarsi. L’unica speranza è che le “pause” cambino nome. Spot break potrebbe andare bene. Giusto per non essere ipocriti.
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