Il Giardino Mandela di piazza Leopoldo e lo specchio che i social ci hanno restituito
Piazza Leopoldo cambia pelle. Al posto della vecchia “Terza Piazza” (muri ciechi, angoli bui, un parcheggio che infiltrava acqua da decenni) da sabato scorso c’è il Giardino Mandela: 3,2 milioni di euro spesi da Unicoop Firenze in accordo con il Comune, un’area giochi inclusiva per oltre 50 bambini, una palestra calistenica (che sfrutta il proprio peso) all’aperto, uno spazio benessere per yoga e parkour, e una vasca di raccolta dell’acqua piovana da 170 metri cubi per irrigare il verde. Vale la pena fermarsi su questa notizia, e non solo per il taglio del nastro.
Il lato ambientale: rigenerare invece di consumare
La prima cosa che colpisce, da un punto di vista ambientale, è che qui non si è consumato un metro quadro di suolo nuovo. Si è preso uno spazio già esistente, già cementificato, e lo si è reso permeabile e vivibile: aiuole rialzate abbattute per far respirare il terreno, alberature mantenute dove possibile e inserite in vasche fuori terra dove sotto c’è il parcheggio interrato, illuminazione interamente a led. E soprattutto quella vasca di recupero dell’acqua piovana, che chiude un cerchio a cui a Firenze siamo poco abituati: invece di scaricare l’acqua in fogna e poi prelevarla dall’acquedotto per innaffiare, la si trattiene e la si riusa sul posto. È esattamente la logica opposta a quella dello scavo a cielo aperto di cui vi ho parlato a proposito dell’alta velocità: qui si lavora con l’esistente, non contro di esso.
Il lato sociale: uno spazio che prova a tenere insieme tutti
Poi c’è il fatto che l’area giochi è pensata per l’inclusione, che la palestra all’aperto è utilizzabile “da persone di diverse fasce d’età” e che lo spazio benessere ospita insieme yoga e parkour, due mondi che raramente si parlano. È la sindaca Funaro a dirlo chiaramente: ora la piazza è delle associazioni del quartiere, va riempita di iniziative. Dedicarla a Mandela, in una zona storicamente segnata da marginalità, non è un vezzo simbolico: il murale c’era già dal 2018, ora finalmente c’è anche lo spazio fisico che quel nome dovrebbe ispirare.
E poi arrivano i social
Ed eccoci al punto dolente. A distanza di pochi giorni dall’inaugurazione, il dibattito online su questo spazio non ha riguardato la vasca di recupero dell’acqua, l’accessibilità dei giochi o il futuro delle associazioni di quartiere. Ha riguardato una foto di qualcuno che, seduto su una delle nuove panchine, tagliava i capelli a qualcun altro. Apriti cielo: commenti al vetriolo, il solito repertorio di indignazione a comando, la piazza “già degradata” a distanza di quattro giorni dal taglio del nastro.
Non è un dettaglio, è un sintomo. Uno spazio pubblico nuovo, pensato apposta per essere vissuto e usato in modo informale, viene giudicato non per quello che rende possibile, ma per chi lo usa e come lo usa, con un occhio che seleziona sempre e solo il pretesto per l’ostilità. È lo stesso meccanismo che vediamo applicato ai tram, alle piste ciclabili, ai monopattini: la notizia buona dura il tempo dell’inaugurazione, poi arriva chi sui social trova comunque qualcosa da odiare. Ironia della sorte, proprio nello spazio dedicato a un uomo che ha passato ventisette anni in carcere per poi scegliere la riconciliazione invece della vendetta, il primo riflesso collettivo è stato lo sfogo rancoroso per un taglio di capelli su una panchina.
Rigenerare i luoghi non basta, se non rigeneriamo anche lo sguardo
Mandela, nel 1995, parlando proprio di politica ambientale in Sudafrica, ricordava che conciliare sviluppo e sostenibilità sarebbe stata una delle sfide più difficili del secolo. Trent’anni dopo, a Firenze, riusciamo a costruire una piazza esemplare sotto quel profilo, ma poi inciampiamo sulla capacità di condividerla senza cercare il pretesto per il livore. Il giardino è fatto bene. Sta a noi, ora, non essere la parte peggiore dell’esperimento.
Immagina di copertina generata con la IA su foto di Cesare Bacci
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