La bomba psichedelica
I Plastic Man sono un trio garage psych fondato a Firenze nel 2010 ma l’attuale formazione, con Raffaele Lampronti (chitarra e voce), Diletta Casanova (basso) e Fabio Ricciolo (batteria), risale al 2012. Sul loro account ufficiale di FB, i Plastic Man si definiscono così: “Tre ragazzi, garage psichedelico, fuzz, riverberi, tremolo, effetti sixties. Tutto ciò sono i Plastic Man. Più o Meno.” Aggiungo: la loro musica è come una foschia colorata che ipnotizza il cervello e si appiccica addosso, teletrasportandovi nel 1967, direttamente sui marciapiedi di Carnaby Street.
Il primo LP è previsto per il 2014. Nell’attesa, Stereo Appalla ha incontrato i due/terzi della band – mancava Diletta all’appello – ecco cosa ne è venuto fuori.
Perché scegliere di suonare il rock psichedelico?
Fabio: La nostra musica nasce spontaneamente, non scegliamo a tavolino cosa suonare. Raffaele, che scrive musica e testi, è un tipo psichedelico di suo, lo è sempre stato. Lo definirei “barrettiano”.
Raffaele: È il nostro background, è una scelta che fa parte della crescita artistica della band. Nel nostro repertorio abbiamo ancora qualche pezzo tirato e diretto ma, con il passare del tempo, ci siamo allontanati dall’ondata indierock del triennio 2001 – 2004 che ha influenzato tutte le band nate da quel periodo in poi. Siamo voluti tornare alle origini Sixties del rock e credo che si senta e si veda bene. La deriva elettro-indie che va di moda adesso, non ci appartiene: è una musica troppo pacchiana.
Parliamo degli assenti: in un ambito abbastanza maschilista come il rock, una donna che suona in una band è una notizia. Com’è nata la collaborazione con Diletta?
Raffaele: Vidi suonare Diletta allo Space Electronics e notai che aveva una presenza sul palco molto importante. Faceva parte dei Casanovas, una band punk, con cui suonava tanto e ovunque in Italia. Una volta in cerca di un bassista, Diletta è stata la prima persona a venirci in mente. Lei è la bassista! La sua esperienza ha fatto crescere molto i Plastic Man: è stato un incontro giusto al momento giusto.
Qual è il paragone che vi fa più incazzare?
Fabio: Quello con la band simbolo del rock psichedelico attuale, i Tame Impala, solo perché ora vanno di moda. La gente si riempie la bocca con la parola psichedelia e non sa neanche cosa voglia dire.
Raffaele: Quello con qualsiasi gruppo contemporaneo: in questo momento, siamo i migliori al mondo e, con tutto il rispetto per gli altri musicisti, lo penso davvero! (afferma ridendo – nda). Siamo una bomba segreta che ancora non è esplosa!
Nel 2013 avete inciso, per l’etichetta Misty Lane, il vostro EP omonimo su vinile, da cui è stato estratto un singolo, “He didn’t know” con tanto di video: soddisfatti del vostro lavoro?
Raffaele: Soddisfattissimo. Abbiamo registrato l’EP con Matteo Bordin dei Mojomatics, band veneta, che ha uno studio a Montebelluna fornito di una strumentazione di alto livello. Grazie a Matteo e alla sua enorme cultura musicale, abbiamo trovato il sound giusto. Il video del brano “He didn’t know”, invece è stato prodotto dallo studio The Factory PRD di Sesto Fiorentino, grazie a Stefano Puggioni e Claudia Cataldi. Anche loro hanno trovato il giusto compromesso tra la nostra idea e la loro professionalità. Ne è venuto fuori un video revival e lo-fi, proprio come volevamo noi.
Fabio: Matteo dei Mojomatics ci ha aiutato molto grazie alle sue capacità e ai suoi mezzi. Registrare in analogico dà una grande soddisfazione: ad un certo punto abbiamo inciso una parte di chitarra acustica, nel momento in Matteo cui l’ha passata su nastro, è venuto fuori un suono pazzesco. Sembrava un pezzo dei Kinks!
Come definireste la scena musicale a Firenze?
Fabio: A Firenze non c’è ancora un giro vero e proprio, ma ultimamente qualcosa sta cambiando. Una scena, in una città, nasce quando le band si supportano tra di sé, e questo finora è mancato nella cultura musicale della città. Inoltre, ci sono pochi locali per suonare e quindi i musicisti sono costretti ad andarsene fuori.
All’estero, ci sono tanti strati sottili tra il mainstream e l’underground: c’è spazio per tutti. Da noi, in Italia in generale, c’è troppo divario tra questi due mondi: l’underground è molto, troppo under! Quando una band raggiunge un minimo di successo, ti guarda subito come se fosse più cool di te e appartenesse già ad un altro mondo. Un altro problema riguarda gli orari dei concerti, qui iniziano troppo tardi perché la gente non ha l’abitudine di andarci.
Raffaele: A Firenze il giro manca. Qui ci sono band dalle potenzialità enormi, anche rispetto ad altre città italiane. Dobbiamo essere consapevoli delle nostre qualità e mettere la testa fuori.
Per quanto riguarda i locali: dobbiamo cambiare mentalità. Dobbiamo allargare i confini ed iniziare a frequentare anche le periferie, non solo il centro storico dove ci sono problemi legati ai volumi, alla logistica etc.
Già nei piccoli centri tipo Lucca e Pisa, la gente è più abituata a spostarsi. Da noi il pubblico è troppo pigro per cambiare le proprie abitudini. A questo proposito, consiglio il libro “Eighties Colours“, che parla della scena underground italiana degli anni Ottanta, ma è ancora attuale. L’obiettivo dei Plastic Man è di finire nel libro relativo al nostro decennio!
Qual è il vostro DreamTeam del Rock?
Raffaele: Bruce Foxton dei Jam al basso, Buddy Rich alla batteria, John Lennon alla voce e Syd Barrett alla chitarra: quattro geni che dopo una prova insieme si sarebbero mandati a fare in culo!
Fabio: Dio Dave Grohl alla batteria, Robby Krieger dei Doors alla chitarra, Jimi Hendrix alla seconda chitarra, il bassista di Elvis, Jerry Scheff; alla voce: Janis Joplin.
Raffaele: Me ne sono venuti in mente altri due! Alla chitarra: Fabio Ghiribelli alias Billy Boy (musicista e celebre costruttore di chitarre – nda) e Ray Manzarek dei Doors alle tastiere…
Fabio: E che cazzo è, il Barcellona!
FB: PLASTIC MAN
https://soundcloud.com/plastic-man-band
http://plasticmanband.bandcamp.com
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