La sottrazione
“Nelle botti piccole ci sta i’ vin bono”, detto popolar conosciutissimo che non smentisce la sua verità neanche nel caso di questo prezioso libriccino. Sessanta pagine, divise in due parti che si succedono sequenzialmente: il racconto, diviso in capitoli e la “camera del cuore”, dove l’autore propone delle riflessioni sulla vita.
L’autore è sconosciuto nel senso che Francesco Schiavi è uno pseudonimo e non è banale neanche attribuirne il genere: maschio? Femmina? Propenderei più per il primo in base ai tanti episodi in cui si parla di calcio, quello giocato, con quella terminologia più vicina al mondo maschile, ma non è detto.
La storia di Claudio, il personaggio principale, ci parla di una partenza e di un ritorno nei luoghi dove hai le radici. Un racconto atemporale che potrebbe contenere degli anni o dei mesi. Sempre alla ricerca di “qualcosa” o “qualcuno”, sicuramente in un periodo di ascolto profondo.
Da subito colpisce lo stile di scrittura. Intanto la grande presenza di spazi tipografici, certamente voluti dall’autore, che avvolgono lo scritto in un bianco protettivo. Poi la ripetizione di una forma grammaticale, proprio come un mantra, che insiste con la modalità: non xxxxx, ma xxxxx, tipo: […]non sono destinate a distruggere, ma a svelare[…].
Questo accorgimento di scrittura, usato per narrare, per le emozioni, per le riflessioni, per le descrizioni, penetra in profondità nell’animo del lettore e se al primo contatto si può rimanere perplessi, in breve ci si affeziona e si impara a entrare nel ritmo e a goderlo completamente.
Un’aggettivazione ricca e originale, descrizioni delle città come Siena, Livorno e Pisa che con pochi schizzi ritraggono la vera essenza che si vive in esse.
Una scrittura che potrebbe ricordare la pittura dei Macchiaioli: vera e senza fronzoli aggiuntivi.
E in questo ritorno la scoperta di un nuovo sentire, di un nuovo percepire, di una consapevolezza nuova, più piena e profonda. Di un imparare cosa è vuoto e cosa è pieno.
E poi c’è Anna… ah, ecco! Con un’idea di rapporto fra due persone decisamente appagante, nuovo e vorrei dire moderno nella sua semplice solidità.
L’ultima analogia che vi propongo, che non svela comunque la rivelazione finale del libro, è quella stimolata da un’ultima intuizione dell’autore sul concetto di forma e che mi ha fatto ricordare la sensazione che provai la prima volta che ho visto la scultura dei quattro “Prigioni” di Michelangelo, alla Galleria dell’Accademia di Firenze: è la forma, appunto, che esce dal tutto o è il vuoto, che non rappresenta “niente”, che viene sottratto alla materia?
L’autore risponde in maniera dettagliata e convincente.
All’apparenza una lettura tranquilla, in realtà denso e profondo e assolutamente da leggere!
Edizione commentata
Francesco Schiavi, La sottrazione, Amazon Italia Srl, Torino, 2026
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