L’armadio di cera
La sete nel deserto è l’unica persona con cui posso parlare, anche se a volte è distratta. Trovassi uno stagno spalancherei la bocca tipo garage e berrei tutta l’acqua che un essere umano può bere. La lascerei fra i denti e succhierei il muschio per tenere morbida la gola. Poi con un bagno fresco scaccerei i pensieri e toglierei tutte le squame di una vita sbagliata. Ora però sono in una buca che ho scavato tutto il giorno e sotto l’ombra di un sole bianco prego che mi avvolga ancora l’alba.
Il sangue secco mi tappa le orecchie. Le raffiche di vento si sono calmate e la sabbia a ondate non ha più note. Ne basterebbero un paio, umide, da scuotere nelle tasche. Le pizzicherei con le dita, le ascolterei per ore davanti a un candelabro. Ma quante dita ci vogliono per pizzicare poche note? Io e mia moglie ci sedevamo al piano e suonavamo a quattro mani finché la schiena non urlava. Non abbiamo mai visto però risuonare l’aria, niente che assomigliasse a un abbandono o a un senso di complicità. Perché il figlio che desideravo lei non l’ha mai voluto. E quando si è sentita pronta ad apparecchiare per tre ha insistito per un bimbo da adottare. Karim. Me ne sono andato. Mio figlio, quello vero, non esiste più.
Esco dalla buca, la tempesta è passata. Con gli occhi impastati di sabbia attendo che gli ultimi refoli mi spostino i capelli. Mi avvolgo i piedi in un pezzo di stoffa, mi scrollo la polvere di dosso e orino un po’ sul copricapo. Un senso di fresco inonda la fronte e i peli del collo, ma dura poco. Il caldo torrido se lo porta via, tutta la pelle mi prude di nuovo. Mi gratto, mi scortico fino a che le unghie sono color melma. Metto le mani a conca e respiro piano, poi apro gli occhi e sbircio il sole che scende a raggiera. Rimango abbagliato dalla vastità ristabilita del tramonto. La tormenta non lascia strade né simmetrie, solo grandi tappeti arancioni con bocche di ombre che mangiano le dune. È una frontiera lontana incastrata nella testa. Qui il cervello è grande e contiene tutto, anche il mondo dietro.
Cade qualcosa dal cielo, è scuro e non è il mare. Nel caso, avrei visto la schiuma e un secchiello rotolato dalla corrente. Fa un tonfo sordo sulla sabbia. La sua immagine si propaga e mi trapassa leggera. Sembra un armadio, o forse no, ma è lontano e non capisco. Provo a raggiungerlo. Nonostante gli sforzi rovino a terra privo di forze. Mi alzo con gli spasmi, il corpo curvo mi sbilancia in avanti. Le mani affondano nella sabbia e trovano il primo fresco della sera. Ho i brividi. Starei così tutta la vita, ma quel “coso” ha un’anta che cigola mugugni. Non li so decifrare.
Una brezza mediterranea mi sfiora le guance. Nell’aria vola un vestito da sposa che brilla sulle pieghe e muore piano sulle forme. Mi passa accanto e lascia un’essenza di rose che accompagna mia moglie all’altare mentre guarda il crocifisso. Ha il coraggio che le esce dal petto e le labbra che sussurrano la pace. Mi ha chiesto di crederle, poi con gli anni se ne è dimenticata. È l’unica donna che mi ha offerto i suoi occhi in cambio di niente. Allungo il collo e m’inebrio dell’ultima luce, poi mi muovo carponi lungo il crinale.
Arriva la notte col suo paracadute e con lei una semina di stelle. Il primo freddo mi batte sulla faccia e s’infila fra le spalle. Non ho ripari, la tenda è volata e le coperte pure. Sono un bambino con le ginocchia da adulto che stringe i denti e guarda in avanti. A pochi metri la strada si alza e diventa montagna. Qui un torrente mi scuote e mi schianta sui sassi, ma non affondo, isso le vele e sfodero le spade. Prima infilzo i pirati, poi trapasso la luna. Non scende sangue ma una polvere chiara che impollina la terra e sterza fra le dune.
Intravedo gli intarsi. L’armadio è poco distante. Poggio le nocche e mi alzo in piedi. Ho un leggero capogiro ma posso camminare. Lo raggiungo e vedo subito che è coperto per metà dalla sabbia e per metà da polvere a granelli. È un mobile di media fattura simile a quello che io e mia moglie avevamo in salotto. Guardo in alto per capire chi l’ha buttato. Non vedo nessuno, le nuvole sono senza balconi. Liscio i bordi con la mano e noto che le ante sono chiuse e fuori squadra. Quella di destra è sbeccata e con un colpo si è sempre aperta senza chiave. Il rivenditore ci disse che non poteva far niente, che armadi in massello dal sapore etnico non ne aveva più. Mia moglie dette la colpa a me. Mi disse che qualcosa nella sua vita doveva cambiare. «La tua vita?» le dissi «Ma aspettiamo un figlio!». Mi fissò le scarpe rotte e non rispose. Mise i suoi vestiti larghi in un sacco e si fece una spremuta.
Assesto un colpo alla serratura. L’anta fa uno scatto e si apre. In un angolo c’è un uomo rannicchiato. È nudo con la barba incolta. Ha la pelle unta, semitrasparente. Allunga un braccio verso di me e apre piano la mano. Dalle dita emana una melodia meravigliosa. Riconosco il concerto n.1 per piano, opera ventitre di Tchaikovsky, secondo vinile in basso a sinistra. È solo un accenno ma basta a incantarmi. Lui poi ritrae la mano ed esce dall’armadio. Resta in piedi di spalle a guardare la luna, io invece mi affloscio sul divano di ciniglia. Appoggio la puntina del giradischi, abbasso il volume e lascio che i tamburi dell’orchestra raschino l’aria. Mia moglie sta dormendo, Karim no. Mi spia da dietro una sedia e ascolta, come se ci capisse qualcosa. Vorrei urlargli di farsi gli affari suoi, ma attaccano i fagotti, arieggiano i violini e mi portano lontano, dove posso stare a casa. Segue un vortice di note che sa di domenica, di pasta fresca e sorrisi cari. Chiudo gli occhi e respiro. Un attimo dopo Karim sbatte la porta della cameretta.
L’uomo s’incammina più avanti. Non ho la forza di seguirlo, né la voce per chiamarlo. Mi abbraccio il petto, mi struscio le mani, ma la testa è stanca, corrosa dalle tempeste. È giunta la mia ora, lo so. Rimarrò in questo deserto che mi ha insegnato a non fare più domande.
L’uomo si gira e mi grida qualcosa. La voce è greve, a tratti rotta. Mi indica di seguire le sue impronte, di raggiungerlo, che fra poco sorgerà l’alba. Metto i passi dentro le sue orme, ma ho il presentimento che mi farà del male. Che mi getterà dell’acqua benedetta che non si può bere, che percepirò soltanto sospesa nell’aria. E di questo ho paura.
Albeggia. Mi fermo. Dal silenzio crudo spunta la parte calva del sole. Taglia il primo abbozzo di cielo e tutta la sua miseria. Una criniera rosa melagrana avvolge i bordi delle nuvole lontane.
Un paio di metri e raggiungo l’uomo. Fissa il sole a braccia aperte. Ha la pelle che gli scende, sembra cera. La sua sagoma si inarca. Non capisco, lo guardo in faccia. Ha un viso che conosco, ma è mostruoso. La sua testa scivola sul busto e il busto sulle gambe. Provo a sorreggerlo, ma mi sfugge la presa. In mano ho il suo ginocchio, poi un piede, il bacino. Non li trattengo. Tutto si scioglie e diventa poltiglia. Non mi rassegno, rovisto sulla sabbia e provo a ricomporlo, a recuperare qualcosa. Niente. La cera è già dura. Lui non è più un uomo.
Mi sento lacerare il cuore. Mi accorgo che sotto i piedi c’è uno stagno e vicino del muschio da succhiare. Vorrei bere e abbuffarmi ma non ho più la bocca. Vedo il sole gigante che non scalda, è solo di colore bianco freddo. Non ho più il respiro. Mi accorgo che il mio corpo è leggero e trasparente. Vedo gli organi che collassano, che cambiano di posto. Il sangue si ferma, la pelle si stacca. Urlo. Il riverbero si apre in due e la voce si propaga a tappeto. Poi però torna indietro, perde le sue note e come un vortice mi risucchia in una buca. Quella che ho scavato tutto il giorno.
«Si è girato mamma.»
«Cosa?»
«Ti dico che si è girato. Ha aperto gli occhi!»
«È in coma irreversibile» dice un’infermiera.
Karim si stringe alla madre. «Ti dico che si è mosso» poi si asciuga gli occhi ed esce dalla terapia intensiva. Insieme alla madre entra nella cappella dell’ospedale. Qui estrae una candela da una borsa, l’accende e infila due monete in una fessura.
«Ma dove prendi le candele Karim?» dice la madre.
«Dall’armadio di casa dove tieni i candelabri.» Poi raggiunge una panca in penombra e s’inginocchia vicino all’acquasantiera. Qui affonda la testa fra le mani e bisbiglia.
Qualcuno corre per un’emergenza.
Andrea Tani – Narrativa minima
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