Il ponte collega il borgo storico
Non è facile attraversare il ponte con due borsoni carichi di spesa, soprattutto in questo giorno di festa, quando tutti corrono e sono distratti dai clacson e dai colori delle bandiere, ma oggi viene a trovarmi una cara amica e non vedo l’ora di cucinare per lei. Non posso aver paura della gente. So che il marciapiede è un po’ stretto e che c’è il rischio che le uova e i vasetti si rompano infradiciando tutto, ma alzerò i borsoni e rasenterò il passamano che si affaccia sul fiume. Eviterò i contraccolpi e le spinte di questa mandria anestetizzata dagli scarichi della strada. Ci manca pure che mi salti il pranzo.
Lontano tra la folla, però, qualcuno potrebbe cambiarmi i piani. È un giovane, si fa largo con foga, sbraitando, chiedendo scusa, spostando persone. Sembra che rincorra un taxi contromano, che sia inseguito da una colica renale. Non lo so, si avvicina. Mi schiaccio contro il parapetto, faccio spazio, mi lascio spingere e spingo altrettanto. Poi mi è accanto, lo vedo sudare, affannarsi col naso, con le braccia aperte tipo spazzaneve. Qualcuno lo sgrida, altri lo tirano per la maglietta. Una bambina di circa un metro si stacca dalla mano della madre, s’intramezza fra noi. Lui la scavalca con agilità, mi viene addosso. Sento un colpo sui fianchi che mi spegne il sistema tendineo. La schiena si inarca, il diaframma si dimentica di inspirare. Con una scossa protratta perdo sensibilità ai polsi e la presa sui borsoni.
È allora che ti sdoppi e ti accomodi sul cavo portante a trenta metri d’altezza mentre l’altro te rimane lì interdetto, afflosciato sul parapetto a guardare giù la sua spesa che si allarga, irraggiungibile, della distanza di un altro pianeta. Ripensi alla coda che hai fatto al banco della carne, a quelli che ti sono passati davanti con due buste di latte. Ripensi al rigo dei borsoni sulle dita. Sono bastati dieci metri, un canale d’aria, un tonfo sordo per disallinearti dal mondo. Di spalle troppa gente, troppo traffico, troppa aria respirata male. Poi dal cavo portante ti ritrovi più su ancora, e dal cielo ripensi alla tua amica, al suo viaggio lungo, alle cose che non le hai mai detto e tergiversi sulla tovaglia di plastica o cotone, sugli odori del forno, sui tempi di cottura della parmigiana di verdure; e sotto il fiume non ti ascolta, mangia la tua spesa, la inghiotte, la sputa fuori fra gli argini e la ramaglia. Con la spesa che affoga piano ti senti apparecchiato accanto agli scrosci e trasportato anche tu insieme a una confezione di riso basmati, a un cestino di fragoline di bosco in sconto, a quel mezzo chilo di pane integrale che ti ha sempre aiutato con l’intestino.
Poi ti giri e ti accorgi che il giovane che sbraitava è ormai entrato in paese assumendo i colori dei cancelli e dei lampioni. Torni al perché della folla, al suo ingombro cieco, a cosa guarda mentre cammina. Rammenti che è un giorno di festa, che il ponte collega il borgo storico col piazzale del parcheggio pubblico. Che viene portata giù la madonnina, seguita dalle trombe e dagli sbandieratori in calzamaglia. Che tutto è un corteo. Che le famiglie e i turisti si accalcano facilmente lungo le transenne e danno lustro alle mura medievali, ai vicoli, allo scampanio di mezzogiorno. Che forse era il caso di non invitare nessuno. A nessuno frega niente del tuo fiume, della sua salvia selvatica, delle stradine nascoste battute dai pescatori locali.
Figuriamoci se qualcuno si è accorto di quella spinta, di te o della tua spesa.
Torno indietro per un tratto di marciapiede. Salto un rialzo di mattoni e scendo per uno di quei sentieri coperti dai canneti e dall’ortica bagnata. Il primo acquitrino mi impregna le scarpe, mi fa arrivare alla poltiglia dello scontrino. Raccolgo un pacchetto di cracker al rosmarino e un melone che continua a girare. Li tengo sotto il braccio e mi accorgo che un vasetto di alici sott’olio sta affondando. Lo raggiungo e per poco non sprofondo di faccia, stringo il tappo, lo infilo in tasca. Sono fuori equilibrio. L’acqua mi inzuppa le mutande e la pancia bassa. È fredda. Scivolo su qualcosa di algoso. Vicino galleggia una busta di salmone norvegese. Mi allungo per prenderla, spingo con le gambe. Mi sfugge. Mi ritrovo distante dalla riva, continuo a dimenarmi, l’acqua mi porta altrove. Mi passano vicino i pomodori San Marzano, le braciole di pollo finto, le mele gialle. Mi sorpassano, si sovrappongono. Il parmigiano a scaglie è inseguito da piccoli cavedani che schizzano fuori, che subito accerchiano il prosciutto stagionato. Poi la corrente mi porta la crusca uscita dalla busta, una scia di yogurt magro, delle cipolle bianche che si scontrano col tonno in scatola. Mi sfugge tutto, tranne una cipolla, l’afferro con due dita. Mi cade il melone. Dovrei aggrapparmi a qualcosa. Nel frattempo, il marciapiede del ponte brulica di iPhone che luccicano, che scorrono come il cingolo di un carrarmato. Mi lascio trasportare. Mi volto di schiena una e più volte e, per un cambio di corrente, sbatto il sedere sul tronco marcio di un ippocastano pieno di fogliacce e grovigli secchi. Mi appoggio come posso, ho le mani viola, sono fradicio. Stendo le cose su una venatura piana, calda di sole e muschio rappreso: i cracker, il vasetto di alici sott’olio, la cipolla. Lascio ad asciugare.
Mi sento un naufrago con la zattera e la sua fame primordiale, lontano dai fari, dai pontili e dalle barche, col senso di festa portato da un refolo umido che sembra scirocco. Rilasso il collo e le spalle. Uno sciabordio intricato riversa acqua fresca e sporca insieme, che ribolle quando trova gli scarponi. Fra la piega del fiume e l’orizzonte spiumano e ripartono i colombi. Gli insetti passano e rifrangono la luce lasciandosi dietro la bellezza dell’aria. Mi accomodo. Spacchetto i cracker e apro il vasetto di alici. Creo delle tartine strusciando la cipolla. Mangio come se buttassi il carbone in fornace, sbriciolo, gocciolo olio sulla pancia, impasto con le dita. L’acqua mi arriva addosso, inonda la venatura, torna nel fiume.
Solo ora mi accorgo che la corrente prosegue dietro i campi dove sono cresciuto, qua il fiume si apre e attraversa la valle. Butto giù l’ultimo boccone. Scendo dal tronco e mi lascio trascinare piano verso l’acqua bassa dove i giunchi precedono la riva. Spossato, raggiungo l’argine e intravedo una recinzione rugginosa che spunta dall’erba secca. È un capanno abbandonato. Una gallina sporca di sterco becca un coccio mentre raspa la rena, un cane vecchio beve roba verde dentro una buca. Dai cespugli intricati di rovi e di more, accanto a manici di zappe lordi, intravedo le mie finestre, il retro di casa mia. Ma non sembra casa mia, piuttosto la facciata di un cantiere di servizio dove parcheggiano i motociclisti, un luogo freddo che non mi appartiene. Torno in me e riconosco i calzini sul davanzale. Passo un fosso, affondo i piedi nel letame, apro un cancelletto schiodato, tiro fuori due cracker zuppi e li lancio alla gallina. Raccolgo una cordicella, faccio un guinzaglio improvvisato e mi porto via il cane. Dopo essermi arrampicato sul greppo do uno strattone al poverino per aiutarlo a salire e vedo il lastricato del mio garage, che non penso di aver mai aperto.
Cerco le chiavi di casa, le trovo insieme a un silenzio inaspettato. Con le dita sento una vibrazione, è un messaggio dal cellulare bagnato in fondo alla tasca. È la mia amica che mi dice che non può venire, che è rimasta bloccata nel traffico tra i trattori e gli autostoppisti. Va bene così, penso, ho già mangiato e ho bisogno di farmi una doccia. Mi aspettano un riposino e un veterinario senza calzamaglia che non mi faccia troppe domande.
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