Petrone, il bomber capriccioso
Lo svizzero Hugo Koblet, vincitore di Giro e Tour, si pettinava dopo ogni gara. Non voleva che quella fatica da muli snaturasse troppo la sua estetica.
Pedro Petrone, uruguagio e centravanti, andava oltre: la leggenda narra che non tirasse mai di testa per non spettinare i neri e lisci capelli, abbondantemente unti dalla brillantina, allora di gran moda.
I piedi però, in particolare il destro, Petrone lo usava eccome. Lo soprannominarono “l’artigliere”, a significare la vera e propria arma da guerra che quel destro rappresentava per i portieri avversari.
Nato in Uruguay nel 1905 Pedro Petrone Schiavone diventò Pietro nell’Italietta degli anni’30, dove sbarcò, a Genova, insieme ad altri giocatori sudamericani, nell’estate del 1931, destinazione Fiorentina. Portava con sé il titolo di campione del Mondo (Uruguay 1930), un destro micidiale anche da fuori aria (cosa rara all’epoca) e valanghe di gol col Nacional di Montevideo.
Fondata nel 1926 dal marchese Luigi Ridolfi, la Fiorentina era appena approdata in serie A. L’acquisto del forte attaccante uruguagio fu il primo grande colpo di mercato dei viola.
Petrone, primo straniero a giocare con la maglia viola, percepì il lauto stipendio di 2000 lire al mese e collezionò alla Fiorentina tre record invidiabili: fu il primo a segnare un gol nel nuovo Stadio, l’attuale Artemio Franchi, allora intitolato al “martire” fascista Giovanni Berta, nella sfida contro l’Admira Vienna (1-0); segnò il gol della prima vittoria contro la Juventus, che gli fruttò una Fiat 508 Barilla, regalo del marchese Ridolfi; fu il capocannoniere, con 25 gol, nella stagione 1931/1932.
Aveva gli atteggiamenti del divo, e come tale iniziò subito a fare i capricci. Passata alla storia la vicenda degli scarpini da gioco: arrivato senza dall’Uruguay, ci volle del bello e del buono per trovarne un paio (a Bologna) che fossero di suo gradimento.
Originale anche il finale della sua avventura fiorentina, e non poteva che essere così: per incomprensioni con l’allenatore Hermann Felsner, un austriaco altrettanto bizzarro, con tanto di monocolo e pantaloni alla zuava, se ne andò da Firenze nel marzo 1933.
“Vado a trovare un amico a Bologna”, disse a tutti. E se ne tornò a Montevideo. Un tipo.
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