Quanto te rode, Rudi!
Attenzione: questo articolo ha uno straordinario potenziale gufico
Diciamolo subito: ci è sempre stato abbastanza sugli zebedei.
E non per il fatto di sedere su quella panchina a tinte giallorosse. Ma perché è arrivato in Italia sbrodolandosi di quell’aura mistica di uomo che vuole insegnarci come si guida una squadra.
Un superuomo alla guida di una supersquadra. Che prima vuole vincere lo scudetto; che poi non potrà mai arrivare oltre un secondo posto; e che quindi quasi non ammette colpe di fronte a epocali sconfitte tennistiche.
Con l’archetto in mano, con il violino poggiato sulla spalla, poteva non avere tutti i torti quel 5 ottobre 2014, in un Juve-Roma a chiare tinte arbitrali. Ma davvero 17 (diciassette!) punti ogni anno, di distacco dalla prima classificata, valgono un concerto mimato? Davvero può ergersi a profeta del pallone, nella patria della tattica calcistica, chi pensa che l’unico schema possibile sia schierare due punte velocissime sulle fasce? Di cui una, peraltro, doveva essere già negli Emirati, con la sua fascetta a coprire l’attaccatura dei capelli a partire da metà cranio, sdraiata su un’amaca nel suo appartamento di oro massiccio, facendosi sventolare in faccia rami di palma, da 28 odalische, per rinfrescarsi. Doveva: se solo gli avessero accettato quella sua richiesta di avere un elicottero privato per andare agli allenamenti. E se non fosse stato per Gervinho, quest’anno la Roma sarebbe già lontana da qualsiasi ipotesi non solo di scudetto, ma anche di qualificazione in Champions.
Dovremmo guardare in casa nostra, è vero. Sì: ma quanto te rode, Rudi!

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