Tifo emo
A volte penso che dovremmo andare allo stadio tutti vestiti come gli Emo: jeans stretti, estremamente stretti, e capelli piastrati. Un bel ciuffo ribelle a coprirci la fronte, carnagione cadaverica e del copioso mascara a risaltare i nostri occhi.
Il fatto è che a trent’anni potrei sentirmi un po’ a disagio mentre indosso i miei jeans estremamente stretti, talmente stretti da mettere in risalto la mia pancetta alcolica e strizzare il cotone che esce dall’ombelico. Starei attento a sistemarmi il mio bel ciuffetto piastrato, con un cappuccio in testa ad evitare che l’umidità possa stravolgere la mia acconciatura glam-rock. Qualche coro, battendo le mani in modo non troppo irruento né virile, mostrando il più possibile il mio nuovo smalto per le unghie: tassativamente nero.
Forse non saremmo un bello spettacolo, forse sì, di sicuro saremmo in sintonia con la filosofia emo: che la vita è sofferenza. Così, ogni benedetta domenica, allo stadio, eviterei di aggrovigliarmi il fegato, sapendo già di dover patire. E contro la squadra peggiore del campionato, contro un avversario umiliato per 75 minuti, potrei evitare la combinazione gastrite-possibile infarto nell’ultimo quarto d’ora.

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