Come fu ricostruito nel dopoguerra il centro di Firenze intorno al Ponte Vecchio
Come sappiamo, Firenze subì danni gravissimi pochi giorni prima della sua liberazione nell’agosto del 1944 da parte dei tedeschi in ritirata.
Furono fatti saltare tutti i ponti sull’Arno con l’ unica eccezione del Ponte Vecchio, perché ritenuto inidoneo al passaggio dei mezzi cingolati, e tutti i palazzi delle zone adiacenti a nord e sud del fiume.
Le conseguenze di queste immani distruzioni che avevano stravolto gran parte del centro storico più antico della città e dei lungarni, dovettero essere subito affrontate dopo la fine della guerra da parte della nuova amministrazione cittadina e per questo compito (l’ artista Galileo Chini, già’ padre del Liberty fiorentino, dipinse 15 quadri a lapis e olio raffiguranti gli angoli più martoriati di questa parte della città e visibili oggi nei Musei Civici Fiorentini) l’ amministrazione comunale deliberava (11/12/1945) e pubblicava (31/12/1945) il “Bando di concorso per la ricostruzione delle zone distrutte intorno a Ponte Vecchio”, che prevedeva la consegna dei progetti il 30 Giugno 1946, poi prorogata al 30 Settembre 1946.
Il concorso era aperto a tutti non ponendo il Comune “condizioni e limiti che in qualsiasi modo impaccino la libertà’ di progettazione dei concorrenti”. Ai concorrenti si chiedeva “di non recare offesa a quelli che erano i caratteri urbanistici della città medievale, caratteri che proprio in quella zona distrutta intorno al Ponte Vecchio e nella immediata vicinanza di nuclei di singolare importanza quali gli Uffizi e piazza della Signoria da un lato e piazza Pitti dall’altro manifestavano con tanta evidenza. Il Comune raccomanda inoltre che nei progetti siano limitate e ridotte al minimo le demolizioni, siano escluse le contraffazioni di antichi stili e sia presente l’ impiego di buoni materiali da uso prevalente nell’edilizia cittadina”.
Si prefigurava così un concorso più di idee piuttosto di un progetto esecutivo, perché’ questo sarebbe stato redatto successivamente dagli uffici comunali attraverso la rielaborazione dei progetti vincenti. A questo proposito fu nominata una apposita Commissione composta da 29 membri tra i quali Ragghianti, Papini, Piccinato, tecnici e rappresentanti di enti e istituzioni cittadine e statali, e l’ assessore comunale ai Lavori Pubblici Ing. Musco. Alla scadenza del 30 Settembre pervennero all’ Amministrazione ben 22 progetti che furono successivamente esposti al pubblico in data 9 Gennaio 1947 nella ripristinata chiesa di S. Stefano al Ponte.
I progetti vincitori ex-acqueo furono 5:
“I Ciompi” (architetti Bartoli e Gamberini e l’ Ing. Focaccj);
“David ’46” (architetti Rossi e Tonelli);
“Città sul fiume” (architetti Detti, Giazulich, Pagnini e Santik);
“Firenze sul fiume” (architetti Gori, Ricci, Savioli, Ing. Brizzi);
“Santa Felicita” (architetti Pellegrini, Pastorini, Morozzi, Boni, Dori).
Per ovvie ragioni di spazio e poiché non sono certo un esperto della materia non sto ad illustrare i progetti suddetti, ma vorrei invece soffermarmi sulla “storica polemica” apparsa sulla rivista Il Ponte tra Bernard Berenson (il celebre storico dell’arte americano di origine lituana residente a Villa I Tatti a Settignano) e Ranuccio Bianchi Bandinelli (archeologo e storico dell’ arte senese, famoso anche per l’ incarico che fu costretto ad eseguire di guida e interprete ufficiale per Hitler e Mussolini, durante la visita del dittatore tedesco a Roma, Napoli e Firenze nel 1938). Questa polemica tra i due famosi intellettuali era nata appunto sulle pagine della rivista Il Ponte di Piero Calamandrei e si basava su due differenti visioni su come effettuare la ricostruzione del centro storico distrutto.
Berenson suggeriva una ricostruzione identica a come era in passato “dov’era e com’era” per non cancellare, con una operazione frutto di una elaborazione solo intellettuale, l’ importanza di un tessuto urbano stratificato nei secoli e privilegiando in tal modo l’ aspetto che lui definiva “Pittoresco” e che aveva assunto nei secoli grazie alle variegate stratificazioni che caratterizzavano quella parte della città.
Questa visione fu apertamente contestata in un successivo articolo da Ranuccio Bianchi Bandinelli nel quale stigmatizzava gli “scenari di cartapesta” che avrebbe rappresentato questa visione di “pittoresco” evocata da Berenson. Per Bianchi Bandinelli l’antico non era replicabile se non attraverso l’ elaborazione di un “falso” e pertanto occorreva invece procedere alla costruzione di una città nuova, con una moderna bellezza che così facendo avrebbe allo stesso tempo emulato e innovato il suo glorioso passato anziché limitarsi a “conservarne” le memorie.
La “querelle” tra questi due giganti rimase però senza seguito, come praticamente poco seguito ebbero i 5 concorsi risultati vincitori ex-acqueo. Infatti le vicende successive non portarono ad una realizzazione di tutto quanto elaborato nei progetti in questione e il tutto fu in massima parte sacrificato per una serie di ragioni dovute essenzialmente alla necessità di ricostruire celermente per venire incontro alle esigenze dei proprietari degli edifici abbattuti e nel contempo provvedere alla carenza abitativa creatasi a seguito delle distruzioni a causa appunto della guerra. E il risultato è quello che vediamo quando passiamo da via Por Santa Maria al Ponte Vecchio, via dei Bardi, Borgo San Jacopo ecc.
Un risultato che non si può dire che sia brutto ma nemmeno esaltante e che certifica la mancata opportunità di offrire alla città un nuovo spazio più’ qualificato di vivibilità architettonicamente più alto come auspicato da Ranuccio Bianchi Bandinelli oppure, una ricostruzione identica al passato come preferiva Bernard Berenson.
Fonte immagine in evidenza:
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:The_Ponte_Vecchio_bridge_in_Florence,_damaged_by_the_retreating_Germans_who_blew_up_buildings_at_each,_14_August_1944._TR2293.jpg
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