Cosa ci fanno tutti quei libri nella brughiera?
Appunti per una rilettura del romanzo di Emily Bronte.
Rileggere Cime Tempestose quando si è alla soglia dei cinquant’anni in taluni casi ha secondo me come primo, innegabile effetto quello di farci pensare che no e poi no, noi in una relazione così non ci vorremmo mai stare, basta, abbiamo già dato! Tra un capitolo e l’altro potrà capitare persino di tirare un sospiro di sollievo, guardinghe, verificando con veloci occhiate circostanti che i manipolatori dallo sguardo basso e dall’inspiegabile fascino maudit siano ormai davvero solo un lontano ricordo nella nostra vita e non più presenze asfissianti che ci pesano sulle spalle, quando non sul portafoglio. È una reazione di pancia, questa, che ci porta credo a brevi inevitabili considerazioni sul nostro presente, e che ci spinge, dopo il suddetto sospiro, anche ad accarezzarci qualche ruga con lieve stizza, per poi lasciare spazio – e ben venga – a una sensazione più vaga e morbida: la nostalgia di quando da ragazze leggemmo questa storia di ossessioni e vendette, ed eravamo euforiche, romantiche e scombussolate.
Il popolo delle lettrici – si, vorrei proprio soffermarmi senza pretesa alcuna di esaustività né di par condicio sulle lettrici donne – si divide in chi lo ha amato e chi lo ha detestato, questo mitico romanzo: in poche sono rimaste indifferenti, almeno secondo la mia esperienza di fan sfegatata della combriccola della brughiera. Appena uscita dall’adolescenza (a volte in realtà mi chiedo se questa uscita, al di là delle suddette rughe, sia mai realmente esistita, ma questa è un’altra storia) cercavo di promuoverlo tra le amiche più care dipingendo la storia di Heatcliff e Cathy come unica, assoluta, tormentatissima e quindi più che degna d’esser letta e riletta, in barba al tempo rubato alle versione di greco e alle stramaledette equazioni matematiche, che il nostro tempo invece non se lo meritavano affatto.
Leggere adesso – da adulte disincantate quali spesso siamo o ci raccontiamo di essere – di questo amore malato e indissolubile mi ha fatto invece concentrare su un aspetto della storia che tanto tempo fa non avevo preso in considerazione, e cioè il ruolo assai significativo e mi vien da dire addirittura salvifico che occupano i libri nelle vite dei nostri personaggi. Una volta che vi sarà ben chiaro l’albero genealogico della combriccola (ho controllato, in rete esistono addirittura delle graziose magliette che lo riportano stampato e ricostruito perfettamente!) non potrete non accorgervi che per buona parte dei personaggi la biblioteca, presente sia alla Tempestosa che a Trushcross Grange, è luogo di rifugio, di tempo trascorso in attesa che la malattia faccia il suo corso, ma anche di incontro e di scambio. Sia per Catherine, che per sua figlia, e poi per i cugini Hareton e Linton il rapporto con i libri è di attaccamento, ricerca, rifiuto (nel caso di Hareton) che poi si trasforma in accoglienza.
È un rapporto che porta addirittura a smussare gli spigoli incendiati dei caratteri che i personaggi si ritrovano, e che in più di un caso rischiano di condurli ad accapigliarsi ferocemente. Cime Tempestose è un romanzo dove la violenza, anche fisica, affiora ovunque e spesso prende forma, la tensione è sempre altissima soprattutto quando i personaggi si ritrovano tra le pareti domestiche, sembra che le dimore custodiscano dolori e minacce non appena se ne varca la soglia, e i libri forse rappresentano il solo talismano contro la perdizione assoluta e il rischio che il prossimo scontro verbale degeneri in tragedia. In particolare – e qui faccio un pochino di spoiler consapevole che a quest’ora, con il tam tam che il film-romance di Emerald Farrell ha provocato, coloro che se volevano leggere il romanzo lo han già fatto – per Cathy-figlia e Hareton i libri davvero rappresentano il trade d’union che sconfigge antichi rancori, dispetti, rivalse dolorosissime fino ad allora mai sopite. Hareton che grazie all’infatuazione per Cathy si mette a studiare e poi condivide finalmente con lei una liason che si veste anche di comuni interessi culturali è il degno epilogo che ci fa tutt’oggi pensare che anche i bruti si redimono, e che poi se son così bruti sarà forse perché han ricevuto poco affetto: nel caso di Hareton questo è poco ma sicuro, sballottato come un pacco postale tra le dimore, la servitù, le malattie e i nervi a fior di pelle di tutti coloro che lo circondano fin da quando era in fasce. Anche al di là dell’epilogo finalmente sereno che riguarda i due cugini, rapiti dallo studio e dalla lettura di libri illustrati (e come potrebbe essere altrimenti? Lo dico sempre io, che gli illustrati non hanno età!), quando i personaggi si stanno deprimendo a più non posso, in Cime Tempestose salta fuori un momento di pace fortuito e rasserenante trascorso proprio in biblioteca, o qualche libro ritrovato e riesumato dalla polvere che aiuta a passare il tempo e a sentirsi meno soli. Ed è uno dei motivi che me lo ha fatto amare, oggi come allora, quasi più della forza ossessiva, dirompente e bruta di quell’amore stracciavesti e non solo. Portarlo a passeggio è più semplice di quello che si pensi, io l’ho trovato scorrevole e avvincente, e credo che Bronte sia stata una scrittrice prodigiosa: suggerisco quindi per lui i nostri abituali luoghi quotidiani, dalla tramvia, a parchi e giardini, alle vere e proprie biblioteche, che sempre andrebbero frequentate con assiduità, fuori e dentro la brughiera dei nostri giorni. In foto c’è la facciata di quella di Sesto Fiorentino, in un bellissimo giorno nuvoloso.
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