Depavimentazione: cos’è, pregi e difetti
C’è una parola che negli ultimi tempi sta uscendo dai convegni di settore per entrare nel linguaggio comune degli amministratori pubblici: depavimentazione. In sostanza, si tratta di rimuovere asfalto o cemento da una superficie e restituirla al suolo permeabile, spesso trasformandola in aiuola, prato o piccolo bosco urbano. Detta così sembra un’operazione semplice, quasi banale. Nella pratica è molto più complicata, e soprattutto molto più costosa di quanto si immagini.
I pregi, che sono reali
Il primo beneficio è idrogeologico. Un terreno impermeabilizzato non assorbe l’acqua piovana: la convoglia tutta insieme verso le fognature, che nelle città italiane sono spesso vecchie di decenni e dimensionate per piogge di intensità molto inferiore a quelle attuali. Depavimentare riduce il rischio di allagamenti localizzati, quelli che ormai vediamo ogni estate dopo un temporale di venti minuti.
Il secondo beneficio è climatico, nel senso più letterale del termine: microclima. L’asfalto accumula calore di giorno e lo rilascia di notte, alimentando l’effetto isola di calore urbana. Un fazzoletto di verde, anche piccolo, abbassa la temperatura percepita di qualche grado nell’area circostante. Non è poco, soprattutto per chi vive in quartieri privi di alberature.
Il terzo pregio riguarda la biodiversità urbana e, banalmente, la qualità estetica dello spazio pubblico. Un parcheggio spaccato e sconnesso non piace a nessuno; un’aiuola ben tenuta sì.
I difetti, che spesso si dimenticano
Qui arriva la parte scomoda. Depavimentare costa: rimuovere l’asfalto, smaltirlo come rifiuto speciale, lavorare il terreno sottostante che dopo decenni di compattazione è tutt’altro che fertile, portare terra vegetale, piantumare. Tutto questo prima ancora di piantare un fiore.
Ma il vero problema, quello di cui si parla meno, è la manutenzione. Un’area verde non è un’infrastruttura statica come l’asfalto: va irrigata, soprattutto nei primi due anni di attecchimento; va sfalciata; va ripulita dai rifiuti che inevitabilmente qualcuno abbandona; va difesa dalle infestanti. E qui casca l’asino, perché moltissimi Comuni italiani non hanno le risorse, né umane né economiche, per garantire questa continuità nel tempo. Per i privati ci sono anche altri problemi: burocrazia, incuria, disinteresse, una scelta vissuta come imposizione e poi abbandonata a se stessa. Il risultato, purtroppo frequente, è l’area verde inaugurata con tanto di nastro tricolore che dopo due estati di siccità diventa un campo di sterpaglie secche, con più problemi di decoro urbano di quanti ne risolvesse l’asfalto che ha sostituito.
Una domanda scomoda
Depavimentare senza un piano di manutenzione pluriennale è un’operazione di facciata, utile più per il taglio del nastro che per l’ambiente. Il vero costo-beneficio non si misura il giorno dell’inaugurazione, ma cinque anni dopo, quando i fondi per gli sfalci non ci sono più e nessuno se ne ricorda. Prima di depavimentare bisognerebbe chiedersi non solo “possiamo permettercelo”, ma anche “come sarà tra cinque anni”. Altrimenti si rischia di sostituire un problema evidente, il cemento, con uno subdolo: il degrado.
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