Storia di un cappotto rosso
Erano gli anni Cinquanta e tutte le famiglie sopravvissute agli esiti dell’infausta guerra avevano faticosamente ripreso la vita nella normalità. Dopo una vera e propria riunione nella mia piacevole casa di via Burchiello, decidemmo che… sì… avevo proprio bisogno di un cappotto invernale. Comprai la stoffa alla “Casa del tessuto”, in via dei Pecori: una bellissima lana “velur” di un rosso leggermente violaceo, simbolo della mia precoce ribellione contro i vestiti grigi o azzurro spento tanto graditi alla mia famiglia, che mi voleva ragazza perbene, cioè seria e morigerata.
La stoffa fu portata alla sarta che mi confezionò il cappottino rosso, compagno e amico durante tutto il periodo di studi alle scuole magistrali. Mi piaceva, lo indossavo ogni giorno, tanto che alla fine si logorò, specialmente vicino alle tasche e ai polsi; allora, dopo una drastica decisione, si pensò di farlo rovesciare perché l’interno era molto meno consumato. Lo portai così rinnovato per altri due anni.
Alla fine, stanca del cappotto, pensai bene di riportarlo alla sarta che ne tirò fuori, accorciandolo, un giaccone. Il giaccone, indossato con gonne quasi sempre svasate per non evidenziare le forme un po’ procaci di me quindici-sedicenne, andò avanti per altri lunghi inverni. Poi mi stancai di vederlo, inanimato, abbandonato nell’armadio di casa. Decisi di tagliarlo, eliminarlo, farne stracci per la polvere, o addirittura per lucidare i pavimenti incerati. Che fine ingloriosa! Furono però recuperati i bottoni, grandi e madreperlati, che forse sarebbero andati bene su altri abiti. Li ho conservati in una scatolina di latta, però non li ho mai usati.
Gli anni sono trascorsi, ma non mi sono mai più vestita di rosso. Odio questo colore: nemmeno golf o calzini ho più comprato. Sono ritornata alla scelta di colori sobri: grigi fumo di Londra, blu notte o verdi autunnali. Ai nostri tempi il senso estetico era condizionato da una forma di moralismo che ci indirizzava verso scelte che ci facessero passare inosservate. Gli abiti erano ampi (ricordo le gonne a ruota) dovevano nascondere le forme, soprattutto il “lato B” tanto orgogliosamente messo in risalto oggigiorno, nella sua rotondità. Più gli abiti sono aderenti, più ci si sente felici di mostrare le forme di un fisico ahimè non sempre perfetto (naturalmente alludo alle giovani). Anzi, più il didietro è voluminoso, più lo si porta con fierezza e sfida.
Il difetto diventa pregio: e guai a chi si permette di giudicare male. Un vecchio adagio recita e ci raccomanda: sono le doti interiori quelle che contano?
Maria Cavallaro, 94 anni
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