Il fiume
Mia mamma era una tipa strana, portava le bende in testa. Poi venivano degli uomini che uscivano da un furgone bianco con la sirena e la scritta al contrario. La accompagnavano in camera da letto, le facevano bere un intruglio e se ne andavano. Qualcuno le faceva pure delle domande sulla foto sopra il comodino, dove si vedevano mio padre e mio fratello al fiume, con la canna da pesca in mano.
Quando si svegliava sembrava uno zombie. Sciacquava i piatti al rallentatore, prendeva il latte, tagliava due patate e apriva la finestra. Io le davo il ritmo, battevo le mani sul tavolo e tifavo per lei. Ogni tanto perdeva l’equilibrio e allora si appoggiava al frigo.
All’inizio apparecchiavo per quattro persone: mamma, papà, io e Gabriele. Poi mi disse che dovevo smetterla di fare le navicelle spaziali coi piatti e le posate in più. Mi diceva che la tavola era giusta così, sennò poi arrivavano gli omini verdi e mangiavano tutto. Io ridevo e dicevo: «Facciamo allora che gli omini verdi arrivano sulla Terra e si rifugiano nelle grotte sotto il tavolo?» e lei «Benissimo». Allora prendevo la forchetta, la inzuppavo nel purè e gliela infilavo in bocca e lei faceva altrettanto con un pezzo di pane. Poi però lei era stanca e la serata finiva. Mi chiedeva di riaccompagnarla a letto e la tavola restava tutta in disordine.
Un giorno vidi mia mamma che firmava dei fogli davanti a una donna con tanti gioielli addosso. Alla fine i due sorrisero, le strinsero la mano e se ne andarono. Mia mamma però non rideva e alzò lo sguardo verso il nostro granaio, poi appena mi vide allargò le braccia e mi disse di saltarle addosso. Presi una rincorsa così forte che in un attimo cascammo per terra accartocciati. Io picchiai il ginocchio e lei perse la benda che aveva in testa. Le vidi la pelata e come altre volte non volevo più giocare. Si coprì subito e fece un bel nodo, poi mi disse: «Michelino, è tempo di rivedere tuo padre».
Dormimmo per due notti in un ostello e con gli occhi al soffitto pensavo: «Se andiamo da papà allora andiamo anche da Gabriele che magari torna dal fiume». E questa cosa, alle tre di notte, mi faceva saltare sul letto di gioia come un canguro, coi cigolii della brandina che svegliavano tutti, anche l’omone sulla sedia a dondolo dell’ostello.
«Michelino… torna a dormire!» diceva mia mamma, poi si girava e si metteva a ridere.
Il giorno dopo eravamo da papà. Abitava in una casetta di legno in mezzo alle montagne, col pavimento sporco e le porte aperte. Aveva la barba lunga e non aveva più la canna da pesca.
«Gabriele è ancora al fiume?» gli chiesi subito.
La mamma mi fermò: «Che modi, Michelino, hai tuo padre davanti!».
Allora lo salutai con un bacio sulla guancia, poi mi misi sul divano color stagno seduto nella posizione della rana. Loro erano al tavolo. Mamma osservava le mucche dalla finestra e papà guardava le cartacce per terra.
«Aron, ho venduto il granaio», disse piano lei «e ho lasciato tutto in un fondo intestato a Michi».
Mio papà fece una smorfia e raccolse da terra una caramella mangiucchiata.
«È ora che tu faccia la tua parte» continuò lei.
«Se volevo fare la mia parte restavo, no?»
Lei aveva il groppo in gola: «Sto morendo, Aron».
Lui si girò e buttò la caramella nel cestino. Io volevo saltare giù dal divano, però mamma mi guardava.
«La vita non è cambiata solo a te da quando Gabriele se n’è… andato» continuò lei. «Quella rana sul divano non ha nessun altro!»
In realtà non facevo più la rana, ma il ponte di Brooklyn con la testa all’indietro. Poi bevemmo del tè col limone e io presi un biscotto e gli feci fare un tuffo dalla cassettiera. Mamma piangeva come facevo io quando non mi facevano pescare, poi mi disse di finire il tè. Mentre usciva dalla porta mi strinse forte e mi disse di fare il bravo.
Passò una settimana.
Io e papà eravamo in veranda e guardavamo gli alberi. Lui si lisciava la barba con la spazzola per gatti. Volevo tornare a casa da mamma e mi annoiavo, così chiusi le gambe e con le ginocchia feci una pista d’atterraggio per le cavallette.
«Sai che mamma sa piantare i chiodi sul tetto?» dissi all’improvviso.
«Quanti anni hai ora, Michelino?» Poi ci siamo distratti a guardare un uccello con le ali d’angelo che faceva luccicare gli occhi a mio papà. Mi disse che quelle erano ali grandi, più grandi di una nave.
Contai gli anni. Con la mano sinistra gli mostrai quattro dita, con la destra due. «E lo sai che mamma fa nascere pure i vitelli?»
Lui sorrise e posò la spazzola.
«Sai che chi ha entusiasmo porta dentro Dio?» mi disse e iniziò a fischiettare una canzone che cantava con la mamma quando insieme tornavano dai campi.
Entrai in casa perché avevo sete, ma già che c’ero iniziai a sbirciare da tutte le parti: negli armadi, in soffitta, sotto il letto, ovunque. Poi tornai da mio papà.
«Ma insomma, dov’è nascosto Gabriele?»
«Gabriele?» disse lui con gli occhi a civetta. Si girò e mi strinse la spalla con la mano.
«Non è ancora tornato dal fiume?»
«Michelino, ascolta, tuo fratello dal fiume non ci torna più, perché il fiume se l’è portato via».
«Non è vero, sei un bugiardo!» urlai.
Dalla finestra della mansarda vedevo le montagne. Erano rosse per il sole, come il viso della mamma quando mungeva le capre e io andavo al fiume a giocare con Gabriele. Sapevo che stava lì. Spesso dormiva e non lo volevo disturbare. Poi però mi annoiavo e allora prendevo un lembo del fiume e lo alzavo. Lui era lì sotto, rannicchiato, col ciuffo sul naso e gli occhi grandi.
«Hai fame?» mi diceva e un attimo dopo era già fuori. «Vieni, seguimi!»
Scavalcava un cespuglio e staccava un pezzo di fiume per me: «Tieni, senti quanto è buono».
Lo assaggiavo e il sapore era squisito.
«Gabri, ma come facevi a sapere che è così buono?» gli chiedevo mentre masticavo, ma lui era già sugli alberi, e con un balzo s’arrampicava sulle rocce, da là saltava su una cascatella che sbatteva sugli argini. Lì l’acqua era come plastilina, lui la prendeva e la schiacciava coi piedi. A volte costruiva una bicicletta, altre volte la figura della mamma sul trattore, una volta fece persino la faccia di nostro padre quando tirò su uno scarpone. Il mio fratellone era bravo, sapeva fare tutto. Di solito poi giocavamo alla guerra e lui per fare spazio spostava il fiume, spesso lo annodava, ma faceva anche altro. Si inginocchiava, metteva le mani avanti e fermava la corrente.
«La sera l’acqua va fatta riposare» diceva.
Poi mi salutava e se ne tornava sotto.
Andrea Tani – Narrativa minima
![]()


