Il piacere
Forse il romanzo più famoso di D’Annunzio, senz’altro il migliore. Ma non è un testo autobiografico. Non lo è nel senso che il protagonista è Andrea Sperelli, un giovane nobile romano con grandi attitudini artistiche nel disegno e nella poesia. Chi si cela dietro questo nuovo patrizio è facile da indovinare. Anzi, direi, chi se cela in quell’universo, immenso e complessissimo, che è il territorio del sentimento, se non l’autore stesso? Se non fosse che D’Annunzio tutto è stato fuorché un uomo che non ci mette la faccia, potremmo quasi cadere nell’inganno di pensare che l’autore non abbia avuto il coraggio di scoprire totalmente la sua anima ai lettori. Questo con certezza non lo sapremo mai, potendo ormai fare solo delle ipotesi.
Ci immergiamo così in una Roma di fine ottocento, ricca, colta, epicurea, circondata dalla vita comune che nel contesto del libro assume solo un aspetto di colorata cornice. Ad Andrea non interessa minimamente un’analisi sociale del tessuto civile della capitale. Ogni suo sforzo è inteso nella ricerca quotidiana del godimento fisico e spirituale. Si avverte una tendenza ossessiva nello sfuggire alla noia, come se questo demone avesse la facoltà di far riflettere su situazioni spiacevoli, di metterti davanti a responsabilità e a doveri scomodi.
Ed è quindi tutto un passare da corse ai cavalli, a concerti, a rappresentazioni teatrali a ricevimenti, a balli e musica. Un pellegrinaggio fra le più belle residenze patrizie di Roma, fra saloni sontuosi, arredi, quadri, statue, collezioni principesche. Sempre alla ricerca di un “bello” assoluto.
Sembra una caccia. Spietata, psicotica, irriverente. E spesso, dato che la donna, quella di alto lignaggio, di gran cultura, misteriosa, attraente, magnetica, dai virgulti della società di allora (!) era considerata il boccone più appetitoso, ecco che l’argomento preferito dall’aristocrazia “maschia” si avviluppa quasi esclusivamente su questo tema.
Voci, pettegolezzi, insinuazioni, riempiono i discorsi e i sogni dei vari “Sperelli” che si confrontano fra di loro, di volta in volta che qualcuno si infatua e si lega ad una ragazza.
Ma Andrea affronta questo viaggio arrivando ad una profondità disumana, quasi incomprensibile. Prova l’ebrezza infinita e infinibile. L’amore che trascende la carne e la coscienza. Crede di poter vivere solo di quello.
Quando però la meta sembra raggiunta ecco che si palesa un’altra donna, bellissima e di pari valore culturale rispetto all’altra. Ed innamorarsi è inevitabile!
Da qui inizia una tortura interna, uno strazio dell’anima, che Andrea non riesce a gestire.
Non potendo o non volendo scegliere, inizia una doppia relazione che diventerà da subito malata, corrotta e imbastardita dal florilegio di bugie e menzogne per poterla tirare avanti.
Così come ha vissuto nel godimento beato, Andrea sperimenta l’esatto opposto, come in una inevitabile battaglia fra il bene e il male.
Per comprendere la scelta finale di Andrea bisogna entrare, pagina per pagina, nel suo pensiero ed alla fine, la sua scelta avrà per noi lettori un senso.
Questo terribile supplizio, visto dagli occhi dell’autore, ci viene reso in pagine memorabili. Una tecnica linguistica che risente sì dell’epoca in cui è stato scritto, ma che non perde la perfetta padronanza della scrittura alta. Cadenze di grandissimo equilibrio, aggettivazione inarrivabile, fantasia poderosa, lessico vastissimo. Alta letteratura.
Insomma, leggerlo è veramente un…piacere!
Edizione commentata
Gabriele D’Annunzio, Il piacere, Newton & Compton Editori, Roma, 1999
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