Io sto con le galline
Lo so, detta così sembra una posizione politica improbabile. Eppure, mentre scrivo davanti a uno schermo acceso in una azienda di informatica, il suono che mi accompagna non è solo quello delle tastiere. Coccodè Coccodè …. Sono le galline sotto il mio ufficio.
Abitano nel cortile interno del palazzo di fronte tra pomodori, insalate, e verdure stagionali che un signore con costanza e pazienza coltiva.
Ogni tanto ci viene la voglia di calare il cestino con la corda alla vecchia maniera e tirar su qualche primizia o un bell’ovetto fresco!
Quando poi inizia la bella stagione e si tengono le finestre aperte, le galline sono un sottofondo che ogni tanto si anima particolarmente annunciando così un cambio del meteo… “Arriva il temporale!”
Fa sorridere pensare che in un ufficio il rumore di fondo sia quello di un pollaio. Eppure, forse, non è così strano come sembra…
Quando gli orti erano normali
Fino a pochi decenni fa, soprattutto nelle periferie ma anche nei quartieri cittadini, era abbastanza comune trovare orti nei cortili interni, nei giardini privati e nei terreni non edificati.
Non erano un passatempo alla moda né una scelta ecologica. Erano una necessità.
Si coltivava per integrare il bilancio familiare, per avere verdure fresche, per non sprecare terreno disponibile. Molte famiglie allevavano qualche gallina e, nelle zone più rurali, anche conigli.
La distinzione netta tra città e campagna era molto meno marcata di oggi. Non solo da noi ovviamente.
Un’usanza che inizia nella seconda metà dell’ottocento con i primi Kleingarten tedeschi e in Francia dove si coltivano i Jardin Ouvrieurs (giardini operai).
Negli USA nel periodo della grande depressione erano diffusi i Relief gardens (orti di sussistenza) mentre i Victory Garden erano piccoli giardini che, durante le due guerre mondiali, venivano piantati sia in Inghilterra che negli Stati Uniti dovunque fosse disponibile un po’ di verde.
Il motto “Grow Your Garden” fu così di successo che nel 1943, negli USA, 20 milioni di Victory Gardens produssero 8 milioni di tonnellate di cibo: oltre il 40% di tutti gli ortaggi consumati nel Paese.
Anche in Italia gli orti erano comuni nelle periferie cittadine, ma vennero abbandonati nel secondo dopoguerra.
L’orto come scelta contemporanea
Oggi coltivare non è più una necessità, almeno per la maggior parte delle persone. Eppure gli orti stanno tornando.
Forse perché sentiamo il bisogno di rallentare. Forse perché desideriamo sapere da dove arriva ciò che mangiamo. Forse perché vedere crescere una pianta restituisce un senso di concretezza che la vita digitale fatica a offrire.
C’è chi trasforma il terrazzo in un piccolo orto urbano, sostituendo qualche geranio con lattughe, basilico e pomodorini. Chi non rinuncia a coltivare erbe aromatiche almeno per passarci una mano chiudere gli occhi e annusare per un attimo l’idea di essere in campagna.
C’è chi sceglie di dedicare il fine settimana a un appezzamento condiviso. Non si tratta solo di produrre cibo. Si tratta di coltivare un rapporto diverso con il tempo.
Gli orti sociali a Firenze
Anche Firenze ha investito negli orti urbani e sociali. In diversi quartieri esistono appezzamenti assegnati ai cittadini, spesso gestiti in collaborazione con associazioni e realtà del territorio. Sono luoghi che favoriscono l’incontro tra generazioni, la socialità e l’educazione ambientale.
Molti di questi spazi nascono su terreni comunali e permettono a chi non possiede un giardino di sperimentare la coltivazione diretta.
Gli orti urbani non sono un ritorno nostalgico al passato. Sono una risposta moderna a bisogni molto attuali: socialità, sostenibilità, desiderio di stare all’aria aperta e recupero del rapporto con il cibo.
Sarebbe interessante chiedersi quante persone, oggi, scelgano di coltivare per risparmiare e quante invece per il piacere di vedere nascere qualcosa dalle proprie mani.
Ritrovare un sapore…
La finestra sul cortile
Le galline continuano a starnazzare sotto la finestra. Nel frattempo, sul monitor arrivano mail, notifiche e aggiornamenti. Due mondi che sembrano incompatibili e che invece convivono a distanza di pochi metri.
Forse gli orti urbani ci piacciono proprio per questo: perché ci ricordano che, anche in una città che corre, qualcosa continua ad andare ad un ritmo naturale.
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