La Signora Giulietta
Occhi neri bistrati ammiccanti, boccuccia a cuore di un rosso vermiglio, neo provocante sullo zigomo destro, voce leggermente nasale… una “Mistinguett” nostrana ambientata nella Viareggio della “Belle Époque” e precisamente al Margherita, che anche a rivederlo oggi rievoca i “bei tempi” del can-can. E infatti si parla dei primi del ‘900.
La signora Giulietta si esibiva ogni sera cantando e raccontando aneddoti di sapore boccaccesco, proprio lì al Margherita. Scollata, ma non troppo, con una malizia quasi innocente, intratteneva gli astanti, e con le sue rotondità (all’epoca molto apprezzate) faceva innamorare uomini che poi le inviavano fiori e bigliettini piccanti.
Capitò una sera, sempre lì al Margherita, un gentiluomo, professore di fisica alla “Normale” di Pisa, che si invaghì di lei. Sera dopo sera cominciò ad adularla, con lo stile che è innato nel personaggio d’alto profilo dell’epoca… e un bel giorno se la portò via, a casa sua a Firenze, in Borgo la Noce (una stradina adiacente al mercato centrale).
Lì Giulietta cambiò vita, fu amata dal maturo professore e forse anche lei lo riamò. Diventò una signora rispettabile, seria, come esigevano i tempi di allora, permeati di ipocrisia e di apparenze. Un giorno però il professore morì e Giulietta rimase sola nel grazioso quartierino di Borgo la Noce. La casa diventò sua, ma per vivere dovette arrangiarsi e ricominciare a lavorare.
Ormai l’avanspettacolo o il cabaret non le si addicevano più. L’età avanzata non le permetteva di riprendere la vita di artista, allora cominciò a guardarsi intorno e cercò dei lavori più domestici.
Fu così che entrò nella mia casa, assunta da mio padre in qualità di “giornante”. Le giornanti erano donne tutto-fare che svolgevano tante mansioni: soprattutto cucivano e rattoppavano, stiravano e rammendavano con l’uovo di legno i calzini bucati, riattaccavano i bottoni alle camicie, inamidavano i “solini”, duri colletti intercambiabili. Ma Giulietta, oltre ad essersi adattata a questo nuovo stile di vita, aveva il dono dell’affabilità della donna di spettacolo.
Io, che avevo 3-4 anni, mi intrattenevo con lei mentre metteva le toppe ai lenzuoli ed ero catturata dalle sue storie, dalle canzonette, dagli stornelli che mi propinava. Che divertimento sentirla raccontare la vita della Giorgina Peperoni che a sua insaputa viene fatta maritare ad un gobbo, zoppo e balbuziente! E via, una dopo l’altra storielle in vernacolo pisano e canzoni a sfondo comico da strapaese. Purtroppo Giulietta non si fece più vedere e, preoccupati, la cercammo. La mia tata Carolina, che bene la conosceva, ci disse che era morta. Fu trovata, dopo dieci giorni dalla sua scomparsa, adagiata sul divano di Borgo la Noce, ormai senza vita.
Morì così, da sola, senza alcun conforto, nel suo salottino (per dirla con Guido Gozzano) pieno di “buone cose di pessimo gusto”.
La casetta, con le tendine ingiallite ai vetri ed i centrini ricamati a punto croce, sgombrata da rigattieri di poche parole e ancor meno sensibilità, fu occupata da un giovane con moglie e figli, e snaturata per rimodernarla: tavolino e sedie di formica, mobili squadrati e luccicanti, soprammobili di finto scadente materiale. Chissà se questa rumorosa, invadente famiglia vive ancora in Borgo la Noce a due passi da San Lorenzo… e se lo spirito di Giulietta aleggia in quelle stanze dove echeggia all’alba di ogni giorno il rumore di ferraglia delle ruote dei carretti trainati dagli ambulanti che si dirigono verso il mercato, bramosi di vendere ai turisti la merce che a noi fiorentini poco interessa.
Scritto da Maria Cavallaro, anni 93
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