Problemi di genitorialità dei fashion addicted
Moda e genitorialità mal si conciliano e non perché fare (o non fare) figli possa essere considerato di moda. Chi ama la moda trova nel vestire l’espressione di un proprio modo di essere, del proprio stile, ma cosa c’entra questo con la genitorialità?
Teoricamente nulla, ma in pratica lo stretto legame si manifesta nel momento in cui un fashion addicted (o due, nel caso in cui la passione per la moda sia condivisa dalla coppia) si riproduce.
L’indescrivibile groviglio di emozioni che si prova alla nascita di un erede si scontra con la cruda realtà alle prime poppate.
Il fashion addicted realizza ben presto che indossare qualcosa a cui tiene particolarmente, in presenza dell’infante, è un grave errore.
Per mesi (anzi, anni) i mini killer sono in grado di macchiare indelebilmente, con una vasta gamma di fluidi più o meno sgradevoli, i capi più pregiati.
Esiste uno studio di qualche autorevole università americana che dimostra che se si tiene in braccio un neonato indossando una tuta vecchia e logora, il rischio-macchia è nell’ordine dello zero virgola.
Se nella stessa stanza entra un individuo che indossa capi pregiati, il neonato ha una probabilità di rigurgito “a geyser”, con una gittata da far invidia alla giovane Regan di «L’esorcista», direttamente proporzionale al costo dei medesimi. Se si indossa un capo di vicuña, è certo che la gittata riesca a raggiungere l’obiettivo anche superando porte antincendio chiuse.
Caratteristica scientificamente dimostrata, ma mai spiegata, è la capacità di penetrazione della macchia da rigurgito, che riesce a creare danni irreparabili fino al secondo/terzo strato di indumenti.
Per discrezione è meglio astenersi dal commentare i danni causati all’abbigliamento da altri fluidi, di cui il neonato è infaticabile produttore.
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