Quel giorno che Firenze giocò sotto assedio
Esistono dei momenti, nella lunga storia di una città come Firenze, che ne definiscono il carattere forse più di qualsiasi monumento o luogo. Per Firenze, uno di quei momenti si verifica il 17 febbraio 1530, in una piazza Santa Croce un po’ diversa da quella che oggi conosciamo e che allora fu il teatro di uno degli atti di sfida più assurdi e sublimi che un popolo abbia mai compiuto.
Table Of Content
La città era in quel momento assediata. Da quattro mesi le truppe di Carlo V d’Asburgo (trentamila soldati tra spagnoli, tedeschi e mercenari italiani) circondavano le mura. Dalle colline di Fiesole e Bellosguardo, i cannoni imperiali puntavano verso il centro. Il cibo scarseggiava in città. La peste aveva iniziato a mietere vittime. Sui muri comparivano scritte che dicevano poveri ma liberi.
E i fiorentini, a quel punto che fecero? Ma sì, decisero di mettersi a giocare a pallone.
La Repubblica che non voleva morire
Per capire meglio quella partita “folle” bisogna tornare indietro di tre anni, e spostarsi nel 1527. Roma allora era stata messa a sacco dai lanzichenecchi di Carlo V, in un’orgia di sangue e distruzione che terrorizzò l’Europa. Papa Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, era fuggito a Castel Sant’Angelo. E Firenze, approfittando del caos, aveva colto l’occasione per cacciare la famiglia del Papa e restaurare la sua Repubblica.
Ma Clemente VII era anche un Medici, figlio di quel Giuliano assassinato nella congiura dei Pazzi. Non avrebbe mai accettato di vedere la sua famiglia esiliata dalla sua città. E così, con uno di quei ribaltamenti di alleanze tipici della politica rinascimentale, il Papa si accordò così con l’imperatore che aveva appena devastato Roma: Carlo V avrebbe rimesso i Medici sul trono di Firenze, e in cambio Clemente lo avrebbe incoronato nella cattedrale di Bologna.
L’assedio iniziò il 14 ottobre 1529. Firenze si preparò alla battaglia. E a dirigere le fortificazioni fu chiamato un uomo che conosciamo bene.
Infatti, a dirigere le fortificazioni fu chiamato Michelangelo Buonarroti, nominato “generale governatore” delle opere difensive. Visitò Ferrara per studiarne le mura (allora considerate le più moderne d’Europa) e progettò bastioni rivoluzionari per resistere ai cannoni imperiali. Venti dei suoi disegni sono ancora conservati a Casa Buonarroti: planimetrie che uno storico dell’arte ha definito “cariche d’avvampante furore”. Libertario nell’anima, credeva nella Repubblica. Quando Firenze cadde, dovette nascondersi a lungo per sfuggire alla collera del Papa.
Quel giorno incredibile di febbraio
Era Carnevale allora. E a Firenze, per Carnevale, usualmente si doveva giocare a calcio. Non il calcio “normale” di oggi, ovvio, bensì una specie di calcio storico: il nostro calcio in livrea, antenato del rugby (ma certamente più violento), con 25 giocatori per squadra che si affrontavano su di un campo di sabbia per cercare di depositare la palla nella rete avversaria, detta la “caccia”.
Nonostante l’assedio, nonostante la fame, nonostante i cannoni, quel giorno i fiorentini decisero che la tradizione non si sarebbe dovuta interrompere, giammai. E scelsero di giocare proprio in piazza Santa Croce non a caso: era infatti il punto della città meglio visibile dalle colline dove erano accampate le truppe imperiali che li assediavano.
Lo storico Benedetto Varchi, nella sua Storia Fiorentina, racconta così quel giorno:
“Agli diciassette i giovani, sì per non intermettere l’antica usanza di giocare ogn’anno per carnovale, e sì ancora per maggior vilipendio de’ nimici, fecero in sulla piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e venticinque verdi, giocando una vitella; e per essere non soltanto sentiti, ma veduti misero una parte de’ sonatori con trombe e altri strumenti in sul comignolo del tetto di Santa Croce.”
Bianchi di stupore, verdi di bile
La Signoria uscì così da Palazzo Vecchio in pompa magna. In testa il gonfaloniere Raffaele Girolami, in velluto scarlatto, scortato dai Fanti di Palazzo e dai Mazzieri con le mazze d’argento fiordalisate. Le campane suonavano a festa mentre i cortei attraversavano una città che fingeva di non essere in guerra.
In campo scesero due squadre: i Bianchi, a simboleggiare la purezza degli ideali di libertà, e i Verdi, colore della milizia cittadina, che alludeva alla “speranza del frutto futuro che deve maturare”. In palio, una bianca vitella.
Ma il vero spettacolo era sul tetto della basilica. Un gruppo di musici — trombe e tamburi — si era arrampicato sul comignolo e suonava a tutto volume, perché il nemico non solo vedesse, ma sentisse. I fiorentini volevano che gli imperiali capissero: noi siamo qui, e ci stiamo divertendo, alla faccia vostra.
Dal Giramonte (una delle postazioni nemiche) partì allora una cannonata verso il tetto della chiesa. Pensate che rischio che abbiamo corso, che danni immani quella palla di cannone avrebbe potuto fare. La palla per fortuna passò alta, oltre le teste dei musici, oltre la basilica, senza fare danni né vittime. E la reazione dei fiorentini quindi, quale fu? Semplicemente suonarono più forte la musica.
Nessuno ha mai registrato il risultato di quella partita. Forse perché non importava davvero. Le due squadre in campo in realtà facevano parte di un’unica squadra, quella che giocava per sbeffeggiare l’esercito imperiale. E con quella partita, quel giorno, Firenze vinse davvero.
Come scrisse qualcuno: gli imperiali assistettero allo spettacolo rimanendo bianchi di stupore e verdi di bile, gli stessi colori dei calcianti in campo.
L’ultimo atto della Repubblica
Sei mesi dopo, il 12 agosto 1530, Firenze capitolò. Il commissario Francesco Ferrucci era caduto nella battaglia di Gavinana (quel Ferrucci che Goffredo Mameli avrebbe ricordato nell’inno nazionale). Il traditore Malatesta Baglioni consegnò la città. E quando i Medici tornarono, significò una cosa ben precisa: La Repubblica Fiorentina (almeno per il momento) era finita.
Ma quella partita di febbraio non fu mai dimenticata. Anche se per quasi duecento anni il calcio storico scomparve, soppresso nel 1739 con l’arrivo dei Lorena. Tornò solo nel 1930, quattrocento anni dopo l’assedio, per volontà del regime fascista, che era naturalmente molto interessato alle tradizioni che celebrassero fierezza e identità nazionale.
Oggi il torneo ufficiale si gioca a giugno, per San Giovanni. Ma il 17 febbraio è rimasto nel calendario delle feste fiorentine come un giorno speciale: la Partita dell’Assedio, la rievocazione di quella sfida impossibile.
Oggi: i veterani tornano in campo
Dal 2011, la Partita dell’Assedio è organizzata dall’Associazione 50 Minuti (il nome viene dalla durata di una partita di calcio storico) fondata da Uberto Bini, poi prematuramente scomparso. È un’associazione di “vecchie glorie”: ex calcianti che hanno lottato sul sabbione di Santa Croce per i loro colori e che oggi tornano in campo una volta l’anno per beneficenza.
Quest’anno, martedì 17 febbraio 2026, la rievocazione torna in piazza Santa Croce. Giocheranno i Bianchi di Santo Spirito contro i Verdi di San Giovanni, quindi sempre gli stessi colori del 1530. Il Corteo della Repubblica Fiorentina partirà alle 14 dal Palagio di Parte Guelfa con duecento figuranti in costume cinquecentesco. I calcianti entreranno nella basilica per ricevere la benedizione dal Padre Rettore, poi usciranno in piazza per l’esibizione degli sbandieratori e, alle 15.30, la partita.
L’ingresso è libero. Le offerte raccolte andranno all’Associazione Italiana Leucemie.
Lo sprezzo che non muore
Qualcuno ha scritto che lo scorso anno, alla Partita dell’Assedio, il 99% degli spettatori erano turisti. È una statistica che dovrebbe far riflettere. Non perché i turisti non siano benvenuti, ma perché questa è una storia che appartiene prima di tutto ai fiorentini. È la storia del loro carattere, del loro modo di affrontare le difficoltà, di quella cosa indefinibile che chiamano “sprezzo fiorentino”.
Lo sprezzo non è arroganza. È quella capacità di guardare in faccia le difficoltà e decidere che non vinceranno loro. È il gesto di suonare le trombe sul tetto mentre i cannoni sparano. È continuare a vivere anche quando tutto sembra perduto.
Firenze perse quella guerra. I Medici tornarono. La Repubblica morì. Ma qualcosa di quella partita è rimasto nel DNA della città, nel modo in cui i fiorentini hanno affrontato le crisi, nel loro rifiuto di arrendersi all’inevitabile.
Il 17 febbraio, se siete a Firenze, andate in Santa Croce. Non per fare i turisti della vostra città, ma per ricordare chi siete. Per vedere i veterani tornare sul sabbione, i figuranti sfilare in costume, gli sbandieratori lanciare in aria le loro insegne.
E magari, alzando lo sguardo verso il tetto della basilica, immaginatevi quei musici di quasi cinquecento anni fa che suonano più forte dopo il colpo di cannone. Perché quello è lo spirito di Firenze. Quello è lo sprezzo. E quella partita, in un certo senso, non è mai finita.
────────────────────────────────────
PARTITA DELL’ASSEDIO 2026 — INFO PRATICHE
Quando: Martedì 17 febbraio 2026
Dove: Piazza Santa Croce, Firenze
Programma: Ore 14 partenza corteo dal Palagio di Parte Guelfa, ore 14.30 arrivo in piazza e benedizione, ore 15.30 inizio partita
Ingresso: Gratuito (offerte libere per AIL)
Colori in campo: Bianchi di Santo Spirito vs Verdi di San Giovanni
────────────────────────────────────
![]()


