Scorie senza deposito, promesse senza futuro: l’ideologia nascosta dietro l’atomo
C’è una cifra che dovrebbe far riflettere chiunque voglia parlare seriamente di nucleare in Italia: tre miliardi di euro. È quanto abbiamo speso in vent’anni, tra depositi temporanei sul suolo nazionale e trattamento del combustibile esausto in Francia e nel Regno Unito, per gestire i rifiuti radioattivi di centrali spente dopo il referendum del 1987. Circa 60 milioni l’anno, ogni anno, per un problema che nessun governo ha mai voluto risolvere davvero.
Questo è il punto di partenza obbligato. Non le fantasie sui piccoli reattori modulari di nuova generazione, o le promesse di indipendenza energetica, men che meno gli slogan sull’atomo pulito. Il punto di partenza è questo: l’Italia non ha ancora deciso dove mettere i rifiuti del nucleare che ha già. Quello spento quarant’anni fa.
Uno degli argomenti più abusati nel dibattito nucleare è la domanda retorica: “Vuoi le scorie nel tuo giardino?” Come se le scorie fossero un problema futuro e ipotetico. Non lo sono. Oggi esistono circa cento depositi temporanei sparsi sul territorio nazionale, spesso in aree abitate, spesso inadeguati, quasi sempre ignorati dal dibattito pubblico. Sono nei sotterranei degli ospedali, nei capannoni industriali vicino alle città, nei laboratori di ricerca. Li abbiamo già. Ogni centro oncologico, ogni struttura medica che usa radioisotopi produce rifiuti radioattivi.
La questione non è “vogliamo le scorie?”. Le scorie ci sono già. La questione è se vogliamo continuare a gestirle in modo frammentato, improvvisato e costoso, o in modo serio, concentrato, monitorato. E soprattutto: se vogliamo aggiungerne di nuove, per decenni, senza avere ancora risolto il problema di quelle che abbiamo. Ad aprile di quest’anno il governo ha rinnovato l’accordo con la Francia: le nostre scorie resteranno là almeno fino al 2040. Quindici anni ancora. Nel frattempo siamo in procedura d’infrazione europea, perché la direttiva Euratom imponeva un piano nazionale entro il 2015. Il 2040 non è una soluzione. È l’ennesima proroga di un problema che si tramanda da un governo all’altro, di qualsiasi colore.
Ma il problema non è solo tecnico o gestionale. È politico, nel senso più profondo del termine.
Il rilancio del nucleare, in Italia come altrove, non nasce da una fredda analisi energetica. Nasce da un’ideologia specifica: quella dell’autarchia nazionale, della potenza tecnologica come simbolo identitario, dell’energia come strumento di sovranità. Le destre nazionaliste di tutta Europa vedono nell’atomo una dimensione di indipendenza dalle forniture esterne e un’allusione, mai troppo velata, alla dimensione militare della tecnologia nucleare. Il confine tra uso civile e militare è notoriamente sottile: lo dimostra ogni giorno la crisi intorno al programma nucleare iraniano.
C’è poi un elemento strutturale che viene sistematicamente rimosso dal dibattito: l’energia nucleare, come quella fossile, può essere gestita solo da grandi organismi, multinazionali o stati. I rischi, le economie di scala, la complessità tecnica escludono qualsiasi forma reale di partecipazione o controllo dal basso. È una tecnologia intrinsecamente verticale, centralizzata, opaca. Non a caso è la più adatta ai modelli di governo di stampo autoritario.
Le energie rinnovabili funzionano in modo radicalmente diverso. Una produzione diffusa, distribuita sul territorio, articolata tra comunità energetiche, piccoli e grandi impianti, sfugge ai meccanismi monopolistici di controllo. È una tecnologia orizzontale. Ed è esattamente per questo che è stata storicamente boicottata e confinata in un ruolo ausiliario: non perché non funzioni, ma perché funziona in modo incompatibile con gli interessi di chi controlla le fonti energetiche tradizionali.
Negli ultimi anni il dibattito si è spostato sui cosiddetti SMR, i piccoli reattori modulari. Si presentano come la soluzione ai limiti storici del nucleare: più veloci da costruire, più sicuri, più flessibili. Ma le promesse tecnologiche vanno valutate con i piedi per terra.
Ad oggi nessun SMR di nuova generazione è operativo su scala commerciale in Europa. I costi di sviluppo sono ancora incerti, i tempi di realizzazione tutt’altro che brevi, e il problema delle scorie, che non scompaiono per il fatto che il reattore è più piccolo, resta irrisolto. Ogni modulo installato sarebbe peraltro un punto vulnerabile sul territorio: un potenziale bersaglio in un contesto geopolitico che, come ci insegna ogni giorno la centrale di Zaporizhzhia, non possiamo dare per pacifico.
Invocare la fusione nucleare “fatta in casa” o gli SMR come soluzione immediata alla crisi energetica assomiglia più a una scommessa ideologica che a una scelta pragmatica. Le rinnovabili, nel frattempo, esistono, funzionano, costano sempre meno e si installano in tempi incomparabilmente più brevi.
L’Italia ha bisogno di energia pulita, stabile, abbondante. Su questo non ci sono dubbi. Ma la strada per arrivarci non passa per una tecnologia che richiede decenni, accumula costi enormi prima di produrre un solo kilowattora, e lascia in eredità rifiuti che durano millenni.
Passa per un investimento serio, strutturale, non più rinviabile nelle rinnovabili: fotovoltaico, eolico, geotermico, accumuli. Passa per reti intelligenti, per comunità energetiche, per efficienza negli edifici e nell’industria. Sono scelte disponibili oggi, non nel 2040 o nel 2050.
Il nucleare, nella narrazione dei suoi sostenitori, è sempre a portata di mano ma sempre un po’ più in là. Nel frattempo paghiamo. Paghiamo le scorie in Francia, paghiamo i depositi improvvisati sparsi per il paese, paghiamo le procedure d’infrazione europee, paghiamo la propaganda.
Una transizione energetica seria si costruisce sulle tecnologie che funzionano adesso, non sulle promesse di quelle che potrebbero funzionare tra vent’anni. E si costruisce con la consapevolezza che l’energia non è solo una questione tecnica: è una questione di chi decide, chi controlla, chi beneficia.
Su tutto quanto detto, la risposta delle rinnovabili e quella del nucleare non potrebbero essere più diverse.
Fonti: Federico Pizzarotti, Marco Bascetta
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