Vietato l’accesso alle donne
Le donne, si sa, sono esseri impuri. La religione shintoista è irremovibile su questo aspetto. Conseguenza logica è che le donne non possano mettere piede a Okinoshima, isoletta sacra di circa un chilometro quadrato, nel mare tra il Giappone e la Corea del sud.
L’isola è consacrata ad una delle tre figlie del dio Amaterasu, la dea Tagotihime. Sarebbe perfido far notare che l’interdizione alle donne riguarda un territorio dedicato ad una divinità femmina, ma lo spirito di contraddizione è un privilegio femminile, quindi tutto torna. I maldicenti sostengono che il divieto sia un banale esercizio di potere della dea, che così si trova ad avere l’eventuale concorrenza femminile battuta in partenza.
Sulla sua isola solo uomini.
Tutti nudi, per inciso.
Già, perché la sacralità del luogo impone che gli uomini che mettono piede sull’isola si spoglino completamente appena toccano terra.
L’isola è appena stata dichiarata Patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. Orde di turisti in arrivo dunque? Manco per idea. L’isola è visitabile (solo da maschietti in costume adamitico, ça va sans dire) per un giorno all’anno, il 27 maggio. Come non bastasse, numero chiuso: 200 visitatori al massimo.
Non è che ci sia da essere prevenuti, ma un’isola vietata alle donne, piena di uomini con la “mercanzia” al vento e visitabile per un solo giorno all’anno è meno allettante di una coda per esodo estivo sull’A1 con l’aria condizionata rotta.
Però l’idea di fondo è buona.
Narrano le cronache di qualcuno che ha fatto tesoro di questo precetto e ha provato a stabilire che a casa propria, dimora sacra a qualche dio da definire, possano entrare solo donne e, in ossequio a quanto previsto dalla specifica religione, debbano spogliarsi appena varcata la soglia.
È probabile, però, che in questo caso sia inutile imporre il numero chiuso.
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